Finì che li perdonò tutti

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sgabello

«Sono stato riconosciuto da alcuni noti esponenti della sinistra, degli Indignati e dei No Tav che mi hanno aggredito verbalmente. Poi sono stato colpito da una sgabellata alla testa e mi hanno anche lanciato addosso alcuni bicchieri. A mente fredda – ha aggiunto – devo riconoscere che non sarei dovuto andare in quel locale, anche se è pubblico e tutti dovrebbero essere liberi di frequentarlo. Se ho creato imbarazzo alla terza Circoscrizione mi scuso». Marcello Ruffo, L’Arena di Verona, 27.03.2013

Fatemi ben capire, prima si è incazzato, poi si è scordato, poi è stato in silenzio stampa e ora si scusa per essere stato picchiato e insultato?

I casi sono due: o siamo davanti ad un mostro di bontà che perdona tutti i suoi aggressori e si scusa per loro o lo sgabello dev’essergli arrivato molto forte in testa.

Verona, i fascisti e la monnezza

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Verona, i fascisti e la monnezza

Lo dichiarino davanti ad un giudice che avevo un coltello! tuonava il Ruffo su twitter a poche ore dall’accaduto per poi, intervistato dal Corriere di Verona, cambiare la propria tesi in Sinceramente non ricordo, avevo bevuto parecchio. Avevo un coltellino di plastica, non so neanche se l’ho tirato fuori. A parte che non si capisce perché uno dovrebbe anche solo comprare un coltellino di plastica (cos’è poi esattamente?), figuriamoci girarci la sera portandoselo in tasca. Rimane poi il dubbio, vero, sul cosa ci trovino di divertente gruppi di giovani nel visitare locale in locale intonando (immagino con un tedesco maccheronico) Sieg heil! (letteralm. saluto alla vittoria).

Leggendo la biografia di Ruffo, additato dai racconti come uno dei protagonisti dei fatti, scopro che non solo è consigliere della terza circoscrizione con la Lista Tosi, bensì come lui stesso scrive assegnatario dell’importante carica di Delegato AMIA (Azienda Multiservizi Igiene Ambientale, ndr) per la zona Ovest della città. Evidentemente deve stargli molto a cuore l’ambiente, mi dico.

Qualche breve ricerca e scopro che non è il solo ad interessarsi per l’ambiente della città. Ad Andrea Miglioranzi, eletto anch’egli con la Lista Civica di Flavio Tosi in consiglio comunale è arrivata addirittura la nomina a Presidente di AMIA su indicazione del sindaco stesso. Mi metto subito alla ricerca dei meriti di Andrea “Andron” Miglioranzi, tali da meritargli una così prestigiosa carica. Nella sua biografia cerco tra i titoli di studio dove leggo facoltà di lettere dell’università di Verona, seppur ahimè mai finita (incredibile ma scrive davvero così). Tra i film preferiti leggo 300, il Gladiatore, Braveheart. Di libri preferiti mette solo Cosi parlo’ Zarathustra di Nietzsche, autore anche della sua citazione preferita. Non cita nella sua biografia del suo passato musicale come bassista nei Gesta Bellica, gruppo musicale neonazista veronese, anche se tra i suoi generi musicali preferiti inserisce il Oi-RAC (ossia, rock contro il comunismo). Dimentica di citare anche i 3 mesi scontati in galera per istigazione all’odio razziale, ma soprattutto dev’essersi dimenticato anche di citare le sue innumerevoli esperienze in materia ambientale perché non ve n’è traccia.

Mi sorge un dubbio: con quale criterio il Comune di Verona sceglie i propri rappresentanti alla gestione della monnezza cittadina? Non sarà mica per le idee politiche?

Ondata di violenza in Brasile in risposta alle torture delle carceri

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Scena del video incriminato

Da poco meno di una settimana mi trovo per motivi di studio a Joinville, città dello stato di Santa Catarina in Brasile. Arrivato nella speranza di trovare sole, spiagge e festeggiamenti per il carnevale, mi trovo in realtà immerso in una situazione surreale per l’ondata di violenza che si è scatenata nella regione nelle ultime settimane.

 

Dal 30 gennaio ad oggi sono stati infatti oltre 100 gli attentati nei confronti di veicoli e edifici pubblici da parte della Pgc (Primeiro Grupo Catarinense), la principale organizzazione criminale dello stato. A scatenare la rivolta della criminalità organizzata contro le istituzioni pubbliche è stato un video pubblicato dal quotidiano A Notícia di Joinville, video girato dalla Deap (Departamento Estadual de Administração Prisional) che riprende vere e proprie scene di tortura all’interno della prigione di Joinville. Nel video decine di detenuti seminudi vengono allineati in una grande stanza, fatti sedere per terra con la faccia tra le ginocchia e quindi bersagliati da colpi di proiettili di gomma, lacrimogeni e spray al peperoncino, il tutto senza che i detenuti possano reagire in un qualche modo. Le scene di tortura durano oltre 4 ore, le registrazioni a circuito chiuso non permettono di sentire l’audio e perciò non è dato sapere cosa si dicano gli agenti durante quei momenti, ma la Deap assicura che i responsabili sono stati riconosciuti, licenziati e verranno processati per abusi.

 

Dalla pubblicazione del video ad oggi incessanti sono gli attacchi nei confronti di autobus e commissariati della polizia, con il Pgc che chiede a nome dei detenuti maggiori diritti nelle carceri. Gli attentati si sospettano essere infatti orchestrati dalle carceri locali.

 

Nel frattempo il Governo ha inviato la polizia federale nelle città dello stato di Santa Caterina con 3 obiettivi: frenare le rivolte nello stato, arrestare i responsabili degli attentati, garantire il trasferimento dei detenuti dello stato catarinense in prigioni di altri stati brasiliani. In particolare questi ultimi, una volta trasferiti, entreranno in un regime speciale simile al nostro 41 bis, il c.d. RDD (Regime Disciplinar Diferenciado).

 

Maggiori informazioni sono attese per sabato 16 quando il Governatore dello Stato e il Ministro della Giustizia concederanno una nuova intervista pubblica.

Gente che viene, gente che va

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little Italy

Strano paese il nostro. Un paese in cui se nasci da genitori stranieri non importa se cresci, studi, parli e ti senti italiano, per la legge sei e rimani uno straniero. Un paese in cui un immigrato che vive, lavora e paga le tasse deve aspettare 10 anni per poter presentare domanda per diventare italiano, a cui se ne aggiungono almeno altri due per “ragioni burocratiche”. Un paese in cui agli immigrati vengono lasciati i doveri, per i diritti se ne riparlerà, in primis del diritto di voto.

Nel 2001 finalmente qualcuno si accorge che così non va, il voto non può essere prerogativa dei soli italiani residenti, finalmente si propone di estendere la platea dei votanti. Peccato che i destinatari dell’atto non siano tanto coloro che nel nostro paese ci vivono, bensì gli italiani residenti all’estero. Evidentemente Tremaglia, il defunto autore della legge 459/2001, aveva un concetto di democrazia più romantico del mio. Per lui essere italiani doveva essere una questione di sangue, poco importa se magari vivi da 30 anni in Brasile o se la cittadinanza italiana la hai solo perché tuo bisnonno, a inizio Novecento, ha lasciato il paesello per imbarcarsi su una nave in cerca di fortuna. Non importa che tu in Italia ci sia stato solo in vacanza, che dell’italiano sappia qualche parola, che le tasse le paghi in un altro paese, nel quale magari puoi pure votare. Ora, che l’Italia sia un paese di emigranti è cosa nota. Forse però una legge come quella di Tremaglia avrebbe fatto comodo negli anni ’50, quando ancora tanti italiani emigravano all’estero lasciando la famiglia in Italia, a cui mensilmente mandavano i risparmi frutto di innumerevoli sacrifici. Quegli italiani che finivano in Olanda, Francia, Germania, Inghilterra a fare quei lavori che i locali non volevano fare, italiani che se ne andavano per necessità ma che progettavano il ritorno in Italia appena ne avessero avuto l’occasione. Erano tempi diversi, era un’Italia diversa. Quello che sorprende però è che ci si sia ricordati di tutti questi italiani nel 2001, quando l’Italia da terra di emigrazione era ormai diventata terra di immigrazione.

Il 24 e 25 febbraio 2013 in Italia si voteranno le elezioni politiche. 52 milioni di elettori stabiliranno chi governerà il nostro paese per i prossimi 5 anni. Di questi, 650 mila vivono in Argentina, 630 mila in Germania, 536 mila in Svizzera, 229 mila in Brasile, in totale fanno oltre 4 milioni di voti di “italiani residenti all’estero” che eleggeranno 6 senatori e 12 deputati. Nel 2011 gli stranieri residenti in Italia erano 4.570.317, anche a loro, così come ai 25 mila studenti universitari impegnati in scambi internazionali, toccherà il ruolo di osservatori impotenti alle prossime elezioni. Io, che sarò impegnato in uno scambio universitario in Brasile, sarò uno di loro. Non mi resta che sperare che gli italo-stranieri votino bene.

Alexander, fantasma venuto dall’Africa

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Alexander Solomon

La prima volta lo incontrai fuori dal supermercato del mio quartiere, vendeva dei calzini di spugna colorati per 5 euro. Non li comprai, ma gli diedi qualche spicciolo. La seconda volta lo vidi fuori da un altro supermercato, se ne stava in piedi sulla porta, le persone indifferenti attraversavano di corsa le porte automatiche del supermercato arrancando con le borse della spesa stracolme. Per lui non uno sguardo, non una moneta. Gli regalai i miei guanti, il destro sul pollice era pure bucato, ma poco importava, li usavo solo quando andavo in motorino. Il ritorno verso casa in Vespa mi gelò le mani, pensai a quanto dovesse fare freddo aspettare senza guanti immobili fuori dal supermercato. A distanza di mesi, stasera l’ho rivisto fuori dal solito supermercato. Appena sono arrivato mi ha salutato e dicendomi “Hello, I remember you, once you gave me a pair of gloves”. Li indossava ancora, dice che lo hanno aiutato ad avere meno freddo.

Si chiama Alexander Salomon, è nato nel 1994 ed è nigeriano. Ha lasciato in Nigeria la madre e i suoi fratelli più piccoli, scappato in Italia alla ricerca di un futuro che si possa definire tale. Dice che la sua condizione è peggio di un morto, passa le giornate aggirandosi per la città, chiede l’elemosina, vorrebbe lavorare ma non sa a chi chiedere. In tasca conserva degli indirizzi, sono di cooperative che potrebbero dargli un lavoro, hanno il telefono di un suo amico, ma per ora nessuno ha chiamato. La notte dorme da un amico, alcune volte però questo non rientra la sera e Alexander si deve adattare, dorme per strada. “Fa molto freddo qui a Verona” sussurra. In tasca ha una carta d’identità rilasciata in Calabria, dove ha anche imparato un po’ di italiano. Ha un permesso di soggiorno per motivi umanitari, scadrà il 30 maggio 2013. Gli chiedo se conosce qualcun altro del suo paese, qualcuno che lo possa aiutare.  Mi risponde che gli altri immigrati gli hanno solo proposto di vendere droga, ma lui con quella roba non vuole averci niente a che fare, teme il giudizio di Dio.

Gli compro qualcosa da mangiare per oggi e domani, una bottiglia d’acqua, ne beve metà in un paio di sorsi. Inizio a fare qualche chiamata, domani dei volontari lo incontreranno, gli procureranno dei vestiti e cercheranno di capire se si può fare qualcosa per lui. Quando glielo dico scoppia a piangere e si inginocchia in segno di ringraziamento, sembra come se gli avessi detto che è tutto finito, che tutto si sistemerà. Gli scatto una foto con il cellulare, così che domani i volontari lo possano riconoscere alla fermata dell’autobus dove gli hanno dato appuntamento. Dopo mezzora di racconti siamo abbastanza in confidenza, gli dico si sorridere per la foto ma il suo volto è come se si ribellasse, abbozza un un sorriso ma mantiene sempre quello sguardo freddo, quegli occhi lucidi che da un momento all’altro sembra vogliano solo piangere.

Si fa tardi e ormai è sera. Vorrei andare ma non so come fare a lasciarlo lì, tutto solo. Frugo nelle mie tasche, alla ricerca di non so cosa. Trovo un’armonica comprata qualche settimana fa in un negozio di strumenti musicali, l’avevo acquistata nella speranza di imparare a suonarla. Gliela do, lo vedo per la prima volta sorridere, è incredulo davanti ad un regalo così speciale. “Mi aiuterà a tenermi compagnia” dice. Si inginocchia ancora una volta mentre altri clienti del supermercato fanno ritorno alle loro auto e osservano tra il curioso e l’intimidito.

Salgo sulla mia Vespa e mi dirigo verso casa, rimane immobile dietro me ma sento i suoi occhi inseguirmi con lo sguardo. Mi domando se qualcosa cambierà, se mai troverà un lavoro, un posto dove dormire, una doccia calda, se potrà un giorno entrare anche lui in quel supermercato e scegliersi qualcosa che piaccia a lui. Me lo domando e spero, ma dentro di me conosco già la risposta.

Dalla critica alla proposta

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VOTA PARTITO RADICALE

Numerose sono state le condivisioni, i commenti, gli apprezzamenti, ma non sono mancate anche le critiche ai 10 motivi per non raccogliere le firme a sostegno della Lista di Scopo “Amnistia, Giustizia, Libertà”. Un gran polverone si è levato attorno a quei punti, alcuni più seri di altri, in cui numerosi militanti sembrano ritrovarsi con me nella critica levata alla gestione di quest’ultima fase pre-elettorale, ma non solo.

Al post sono seguiti interventi di numerosi militanti, così come di associazioni territoriali, tra queste l’Associazione Veneto Radicale che ha annunciato la sua decisione di non partecipare alla raccolta firme a causa dei ristretti tempi a disposizione dei militanti.

Per quanto condivida ciò che il Segretario Martellone ha scritto alla dirigenza romana, mi sento di dover precisare come a mio avviso l’attenzione andrebbe posta più che sul mancato rispetto dei tempi per la presentazione delle liste elettorali, sul come si è arrivati all’idea stessa di presentarle.

Il fatto che la lista AGL sia nata dopo un congresso di Radicali Italiani nel quale il tema elezioni è stato scansato completamente sul motto del non avere fretta, perché tanto non dipende da noi, necessariamente suscita delle questioni alle quali i dirigenti radicali avrebbero dovuto tempestivamente rispondere e motivare. Se non ricordo male ad una netta posizione iniziale contraria alle elezioni, è seguita la proposta (di Pannella per mezzo di twitter) di istituire delle liste con a simbolo la Rosa nel Pugno che riunissero un folto numero di forze, da quelle liberali fino a quelle ecologiste, ma si è infine arrivati ad una lista di scopo rivolta a personalità, che si ponesse come “unione laica delle forze” a sostegno dell’amnistia. La scelta della lista di scopo potrà essere condivisibile o meno, così l’aver rivolto l’appello alle sole personalità, ma un movimento che vorrebbe imporre al Paese i principi della trasparenza e della rappresentatività, avrebbe dovuto probabilmente agire seconda altre modalità, coinvolgendo ad esempio i propri iscritti e i propri organi (Comitato in primis) nella scelta su come prendere posizione nei confronti delle (antidemocratiche) elezioni. Pannella stesso aveva posto l’idea della lista con a simbolo la Rosa nel Pugno nei termini di una proposta, mi è sfuggito come essa sia di colpo diventata diktat per l’intero movimento. Il diritto a dissentire dovrebbe essere garantito a tutti, non solo ad alcuni. Se non ricordo male lo stesso fece Pannella qualche tempo fa quando, alla notizia che il Presidente Viale avrebbe votato Matteo Renzi alle Primarie del PD, reagì annunciando il suo mancato rinnovo dell’iscrizione a Radicali Italiani per il 2013, non sentendosi dallo stesso rappresentato. Si disse che i Radicali sono un autobus, si compra il biglietto e poi, quando si vuole, basta scendere.

Altro tasto dolente è la decennale separazione che intercorre tra il movimento politico (che dall’ultimo congresso ha rinunciato per statuto a candidarsi come soggetto elettorale) e l’organo elettorale. Si è creato un costoso (200 euro!), seppur democratico, mostro politico al quale di volta in volta viene affiancata una nuova lista elettorale il cui simbolo, programma, candidati e collocazione politica vengono scelti da un ristretto gruppo di persone più o meno conosciute. Sullo stesso principio avviene la gestione dei denari, rimborso elettorale alla lista, autofinanziamento e spese negli anni al movimento. Come può essere giustificata la posizione radicale contraria al finanziamento pubblico con una gestione non trasparente degli stessi fondi? Dove sono reperibili i dati completi sugli incassi da rimborso elettorale e sulle successive spese? La risposta è sempre stata quella di aver speso i soldi in campagne politiche, garantendo i fondi necessari a Radio Radicale, alcune volte addirittura restituendo i denari ai cittadini, ma di tutte queste decisioni sarebbe buona cosa che fosse il movimento a deliberarne la destinazione e che ciò avvenisse nella totale trasparenza.

La stessa Galassia Radicale vive oggi una grande difficoltà, incapace di rendersi riconoscibile ai cittadini come un unicum e vittima di un’aspirazione transnazionale mai compiuta, un’aspirazione che fatica a valicare i confini nazionali. Eppure i successi internazionali non mancano, dalla moratoria internazionale sulla pena di morte alla più recente sulle mutilazioni genitali femminili.

Riflettere su questi e altri temi appare sempre più doveroso, come suggeritoci anche da Demba Traoré, segretario del PRTNT, durante la sua visita al II Comitato Nazionale 2012 di Radicali Italiani, il quale invitò all’autocritica prima di incolpare il sistema per la scarsa attenzione verso le nostre battaglie, ci chiese di tornare ad interrogarci sul nostro apparire o meno agli occhi della (brava) gente come possibili portatori di verità. Ignorare la voce dei tanti militanti radicali che chiedono risposte alla dirigenza, magari liquidandoli come “militonti” o “radicali brava gente”, porterà solo a nuovi fraintendimenti, a mancati rinnovi, ad abbandoni, tutto ciò che dovremmo evitare proprio ora dove le singole forze diventano la linfa vitale per poter continuare a sperare di poter incidere, a livello nazionale ed internazionale.

Su questo e altro stiamo lavorando con l’Associazione Radicali Verona – Aldo Bianzino e con compagni di molte altre città per convocare un incontro per i primi di febbraio rivolto ai militanti sparsi sul territorio, un incontro che riunisca critiche, proposte, osservazioni per il futuro del nostro movimento. Anche da qui, dalla partecipazione, dal coinvolgimento degli iscritti, fisico o virtuale che sia, credo i Radicali debbano necessariamente ripartire.

10 buoni motivi per non raccogliere le firme per la “lista AGL”

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No alle liste delle personalità!

 

1. Perché a poco più di due settimane dal termine per consegnare le liste non si conoscono candidati, simbolo, programma ed eventuali alleati

2. Perché il movimento a cui sono iscritto, Radicali Italiani, non ha mai deciso formalmente di partecipare ad elezioni né di sostenere una qualunque lista

3. Perché gli stessi che oggi sentono l’urgenza di presentare questa lista a tutti i costi, sono gli stessi che ieri davano degli “italiani brava gente” e dei “partitocrati” a quei compagni che avrebbero voluto delle liste radicali alle prossime elezioni

4. Perché non sentivo il termine “lista di scopo” da quando Giuliano Ferrara formò la “Lista No Aborto” (prese lo 0,371%)

5. Perché perfino il PD ha organizzato delle primarie e delle parlamentarie, costringendo i suoi candidati a confrontarsi sui vari temi in vista delle elezioni

6. Perché non sono una personalità, perché non conosco personalità (se non il Divino Otelma) e non voglio rubar loro l’ingrato compito della raccolta delle firme

7. Perché mai avrei pensato che la prima volta che avrei votato un simbolo con la Rosa nel Pugno, questa fosse alla ricerca di un’alleanza con l’UDC e avesse tra i suoi candidati membri del clero e di Comunione e Liberazione

7bis. Perché voglio la legalizzazione delle droghe, il matrimonio omosessuale, l’abolizione del concordato, l’uninominale, diritti di cittadinanza per i migranti, gli Stati Uniti d’Europa e non sono sicuro che le “personalità” della lista condividano con me questi obiettivi

8. Perché non ho fatto la “naia” e non ho certo intenzione di diventare un soldatino al servizio di Torre Argentina ora, all’alba dei miei quasi 26 anni

9. Perché non mi è chiaro chi incasserà il finanziamento pubblico e come questo verrà successivamente speso

10. Perché ho fame di un partito radicale in grado di presentarsi ai cittadini come vera alternativa allo sfacelo partitocratico dei vari Berlusconi, Casini e Bersani. Perché prima che all’Italia la rivoluzione meritocratica e anglosassone vorrei passasse anche da Torre Argentina.

Radicali Italiani: pizzini, camorra e mandolino?

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(Mi scuso con i lettori del blog se ho scelto, dopo mesi di inattività, di aggiornare la mia pagina con un fatto personale ma credo fosse doveroso far chiarezza e dare massima visibilità a fatti erroneamente e/o falsamente descritti. Spero di tornare presto ad aggiornare il blog con temi più attuali e importanti.)

Fino ad oggi non ho mai commentato i vari posts online riguardo il tanto discusso sistema delle cinquine, non ho mai puntato il dito a nessuno, non ho mai accusato i compagni che ne hanno fatto parte di essere degli associati a delinquere di stampo mafioso (pardon camorristico), non l’ho fatto in particolare perché ho sempre ritenuto tutta questa discussione (e questo metodo di elezione) inutile. Inutile sotto ogni punto di vista. Basti pensare che quest’anno c’erano 79 candidati per 60 posti, essere eletti non richiedeva certo sistemoni, bastava cercarli i voti facendosi votare per le proprie idee, magari. Non l’ho fatto anche e soprattutto perché l’anno scorso di questo sistema ne ho mio malgrado fatto parte, come ben ricorda la compagna Eleonora Palma Zoccolan. Mi spiego meglio per chi non ricordasse. Allo scorso congresso, con Mattia Da Re diedi vita a Rilancio Radicale, una piattaforma di proposte on-line con l’obiettivo di avviare un dibattito precongressuale e cercare consenso su vari temi che quest’anno ho sentito riproporre da molti. Per chi non le conoscesse o ricordasse le proposte possono comodamente essere trovate a questo sito. Venimmo quindi contattati da varie persone di Radicali Italiani che all’epoca non conoscevamo, tra questi Andrea De Angelis con il quale ebbi una piacevole e lunga conversazione al telefono durante la quale si parlò praticamente di tutto. Le nostre proposte a suo dire erano le stesse che lui e il tesoriere De Lucia proponevano da anni, ma visti i ruoli da loro ricoperti e le dinamiche interne non potevano – a suo dire – uscire allo scoperto come noi e gridarle ai quattro venti. Si parlò d’altro, mi spiegò delle varie correnti interne al comitato e di quella che guidava pur non sedendo in comitato, dei rapporti con Pannella, della gestione dei soldi, dell’esigenza che noi di Rilancio Radicale non ci bruciassimo e per questo serviva lui. Ricordo che si definì uno dei più grandi esperti di procedure congressuali, nonostante ai congressi non intervenisse praticamente mai. Per questo motivo, a suo dire, avevamo bisogno di lui. Ci fece pure cambiare albergo, disse che era importante stare tutti insieme nello stesso albergo per delineare le strategie congressuali riguardo le nostre proposte. La telefonata si concluse con il suo invito a restare insieme, a darci una mano per non vedere le nostre proposte condivise cadere nel vuoto ed espresse l’augurio di potermi dare una mano ad entrare in comitato. Stop. Bastò però incontrarci di persona per capire che non sarebbe andata proprio come era stato descritto nelle telefonate. L’incontro nella hall fu un po’ strano, al mio: “Oohh, finalmente ci conosciamo!” ottenni come risposta: “Ciao, fatto buon viaggio? Ora devo andare. Ci vediamo”. Le tanto promesse strategie non si videro ne capii bene il perché fosse così importante stare in albergo insieme, dato che quelle rare volte che si discusse delle nostre proposte lo si fece in sede congressuale e vennero giudicate come inattuabili o liquidate dicendo che non era quella la sede per discuterne. Alla fine presentammo solo una mozione particolare che impegnava il movimento a portare avanti un antiproibizionismo a 360°, passò con l’unanimità. Durante i giorni del congresso i pochi rapporti che si ebbero furono ridotti a brevi conversazioni tra me e De Angelis, nessun contatto con le altre persone di Rilancio Radicale, ci chiesero solo in quanti fossimo ed ecco pian piano spuntare questo benedetto sistema delle cinquine. Ne iniziai a parlare con gli altri, non eravamo così tanti alla fine, un gruppo eterogeneo per la verità che andava da Valerio, appena diciottenne, alla “Signora Anastasia” che di anni ne aveva qualcuno in più. Chiedevano come mai le nostre proposte non fossero ora più attuabili, chiedevano cosa fosse questo sistema delle cinquine di cui tutti parlavano e che mi ritrovavo ad illustrare loro a 24 ore dal voto per il Comitato. In particolare mi chiesero chi fossero le persone sui biglietti, dovetti rispondere che erano quelle persone che sedevano ai tavoli accanto a noi durante pranzi e cene, ma che non avevano mai avuto l’accortezza e l’educazione di presentarsi. L’indecisione a prendere parte a questo sistema durò fino alla fine, ipotizzammo addirittura di ritirare la mia candidatura perché sembrava davvero tutto assurdo. Alla fine andò come andò, io e un altro rispettammo “il pizzino” per puro senso di responsabilità e votammo una lista di sconosciuti, gli altri due votarono secondo coscienza.

Ad un anno da quell’elezione posso ribadire la mia incredulità davanti questo sistema, davanti una bramosia di potere all’interno di un comitato che non prende decisioni e non influenza minimamente il movimento, un movimento che in seguito alle modifiche statutarie di questo ultimo congresso è difficile addirittura definire politico. L’esempio perfetto credo sia rappresentata dalla Commissione Statuto, tanto voluta, tanto sudata, tanto segregata, tanto affossata dalla dirigenza radicale.

Dicevo inutile perché anche quest’anno, nonostante i mille dubbi sulla possibilità di ricandidarmi al Comitato Nazionale, ho deciso di farlo e sono riuscito ad essere rieletto, pur senza gruppi alle mie spalle, ottenendo i voti grazie al mio intervento (fatto alle 22.45 della terza giornata) nel quale pubblicizzavo la mia candidatura e un’oretta di “proselitismo” pre-voto.

Una cosa però non accetto. Che si dica il falso, che si dica che io nel vostro sistema che di radicale non ha proprio niente, ci volessi stare, eccome! Con il Sig. De Angelis e il sistema delle cinquine ho chiuso un anno fa e la diffidenza credo sia reciproca. Si chieda a Nicolas Ballario e Annalisa Chirico per maggiori informazioni. Ho voluto raccontare questa storia in modo che tutti sapessero, in modo da evitare in futuro qualcuno rinfacciasse “anche tu una volta hai fatto parte delle cinquine!”, quasi fosse un peccato originale. Sarà. Da lì le cose sono un po’ cambiate. Sta di fatto che a me, i voti garantiti non sono mai piaciuti, ho sempre preferito sudarmele le preferenze e sapere che se quest’anno ne ho prese 48, sono le preferenze vere di persone che credono in me.

Faccio anch’io i migliori auguri ai compagni eletti e nominati, sarà un anno difficile, serviranno discussioni vere su temi veri. Per me questa è una discussione finita, ci tenevo solo a fare chiarezza e a correggere chi parla senza sapere e dicendo il falso. Avendo altro da fare nella vita lascio ad altri il tempo e la voglia di commentare per giornate pizzini, camorra e comitati. Buon divertimento a tutti.

Scambiare un ragazzo autistico per uno spacciatore, a Verona si può

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Fermato dalla polizia mentre girovagava impaurito per un parco cittadino, caricato sulla volante nella convinzione di aver trovato uno spacciatore extracomunitario che non voleva parlare e che nascondeva dentro lo stomaco degli (immaginari) ovuli di droga. In realtà davanti a sé i poliziotti avevano Pierre, un giovane ragazzone di colore autistico che, allontanatosi involontariamente dalla madre, si era perso e vagava alla ricerca dei suoi cari. La politica proibizionista è arrivata nel nostro paese a questo. Un processo sommario condotto da agenti delle forze dell’ordine che in base ad un giudizio totalmente arbitrario prelevano coattamente un cittadino, lo conducono in ospedale dove lo fanno sedare, facendogli somministrare tra l’altro medicinali controindicati per chi come lui soffre di autismo, il tutto nel tentativo disperato di individuare fantomatici ovuli di droga nel suo corpo. Inutile dire che degli ovuli non vi fosse traccia.

Rimangono invece le reazioni allergiche ai medicinali somministrati forzatamente dai medici veronesi. Rimangono i traumi subiti da un ragazzo autistico che negli anni tanto aveva lottato per compiere piccoli gesti quotidiani, quali accompagnare la madre al supermercato e che ora non vuole più uscire di casa. Rimane soprattutto l’ignoranza di un paese e delle sue politiche proibizioniste che ad oggi hanno collezionato più vittime che successi.

Tanti auguri a Pierre perché non smetta di lottare, perché riesca a superare questa triste sventura e torni ad essere il Pierre di sempre. Sarebbe la miglior risposta all’ignoranza di chi nel vedere un ragazzo di colore al parco, è riuscito solo a vedere uno spacciatore e niente più.

AUDIO DEL MEDICO DI PIERRE CHE HA DENUNCIATO L’ACCADUTO

I fischi a Romney sono lezioni di democrazia

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11 luglio 2012. Meeting annuale della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), la più importante associazione statunitense per la promozione dei diritti delle persone di colore. Ospite d’onore è Mitt Romney, candidato repubblicano alla Presidenza, invitato a presentare il suo programma politico. Inizia il suo intervento con qualche battuta, si difende dalle accuse di essere esponente di un partito che vuole difendere i ricchi, in quanto a dire di Romney “i ricchi se la caveranno bene con o senza di me come Presidente”. Lui è in corsa per la midlle classe statunitense. Arrivano i primi applausi. Passa quindi ad illustrare le varie politiche che se eletto intenderà portare avanti, politiche volte a creare nuovi posti di lavoro, in particolare per gli afroamericani (il cui tasso di disoccupazione è più alto rispetto alla media nazionale), riforma del sistema scolastico sottolineando come educazione si tramuti in ricchezza anche economica, prosegue affermando che si batterà a difesa del matrimonio tradizionale, gli applausi continuano, seppur dividendo in alcuni casi la platea. Romney arriva poi ad annunciare che se eletto dovrà necessariamente mettere mano alla spesa pubblica, tagliando tutte quelle spese inutili che hanno costretto gli USA all’indebitamento, tra queste l’Obamacare, ossia la riforma sanitaria tanto voluta dall’attuale presidente afroamericano. Ecco arrivare i fischi e i boo di disapprovazione, 15 interminabili secondi a cui Romney risponde con un sorriso di circostanza in attesa di poter proseguire. Il suo intervento riprenderà, segnato ancora da qualche fischio ma anche da molti applausi.

Sarebbe forse immaginabile in Italia un confronto di questo tipo tra candidato e cittadini? Un candidato che si sposta su tutto il territorio, per incontrare gruppi di cittadini, non di fans e militanti di partito. Non intendo quei tour elettorali nostrani in cui i politici si recano in piazze colme di bandiere di partito, in cui meccanicamente scattano quei finti applausi al cui via provvedono i collaboratori del politico stesso. Mi riferisco ad un confronto vero, in cui il candidato risponde a domande di un pubblico variegato, un pubblico critico e non necessariamente schierato e diviso tra guelfi e ghibellini. Cittadini arrivati per ascoltare, capire, magari anche contestare ma sempre in base ai fatti, alle dichiarazioni e alle proposte presentate dal candidato.

I motivi del perché ciò non avviene e non credo avverrà (almeno a breve) in Italia sono sicuramente diversi, ma la disinformazione e il sistema politico-elettorale la fanno, a mio avviso, da padroni. Una democrazia per chiamarsi tale presuppone necessariamente una libera informazione, così che i cittadini possano informarsi sui programmi e su chi votare, ma corrispondentemente dev’essere un sistema che garantisca ai candidati parità di accesso ai sistemi di informazione e quindi di comunicazione con i cittadini. In Italia (studi Censis 2009) il 59,1% degli italiani per informarsi sull’attualità politica si affida principalmente alla televisione. La stessa televisione che da un lato (Mediaset) è in mano al leader del principale partito di centrodestra (nonché unico candidato Premier del centrodestra degli ultimi 20 anni), dall’altro (la RAI) è in mano ai principali partiti, i quali nominandone i vertici, decidono i temi da approfondire e chi invitare in tv. Un sistema informativo che avrebbe reso fiero pure Goebbels, per il quale una bugia ripetuta più volte finirà necessariamente con il diventare una verità. Finisce necessariamente in un circolo vizioso per il quale se nei 5 anni antecedenti le elezioni le presenze in tv rimangono invariate, difficilmente le composizioni parlamentari muteranno di molto, finendo così che Berlusconi rimane per oltre 20 anni il solo e unico candidato del centrodestra, e a sinistra a darsi il cambio sono i soliti derelitti catto-comunisti.

Il sistema politico-elettorale non aiuta. Da oltre 60 anni, il referente politico è il partito, un’entità apparentemente di tutti e di nessuno, ma che di fatto di qualcuno è. Partiti immobili, traditori della Costituzione stessa che imporrebbe loro una democrazia interna in grado di garantirne un ricambio ai vertici, la possibilità di innovare adeguando le istanze ai cambiamenti e alle esigenze della società. Avviene tutto il contrario, i vertici e le candidature avvengono per cooptazione e negli ultimi 30 anni è come se la classe politica italiana si fosse ibernata, nessun partito, nessuno davvero è riuscito a rinnovarsi, mutando radicalmente i vertici e così innovando di conseguenza la proposta politica.

Guardo quindi alla lontana America, della quale sono al contempo affascinato e nauseato, ma che certamente ancora oggi rimane baluardo di democrazia. Un paese in cui un professore afroamericano con alle spalle 4 anni da senatore riesce a diventare il candidato alle presidenziali e a vincerle. Un paese in cui innanzitutto contano la persona e le sue idee, al di là del partito e dei suoi dirigenti. Un paese che da sempre è dotato di quel sistema – il maggioritario uninominale – che anche se a scapito della rappresentatività, garantisce un collegamento netto tra cittadini ed eletto, un sistema che mette al centro la persona, rappresentante delle istanze di tutta una comunità e non di un partito (o meglio dei suoi dirigenti).

Finché non porremo rimedio a queste due condizioni, sogniamoci pure la rottamazione a cui alcuni gridano, il meglio che potremo avere sarà un tour elettorale di Berlusconi in mongolfiera, magari in compagnia di qualche velina.

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