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“A un cittadino italiano che ha versato i contributi e poi si è macchiato di un crimine grave, quando esce dal carcere la pensione non gliela leva nessuno. Noi invece siamo più rigorosi. Al parlamentare che pure ha versato i contributi e si macchia di reati gravi, il vitalizio non glielo diamo più.”

così Laura Boldrini, intervistata dal Corriere della Sera, in merito al taglio dei vitalizi per gli ex parlamentari condannati.

Qualcuno dovrebbe spiegare a Laura Boldrini un concetto fondamentale: il vitalizio non è una pensione, è una rendita, a vita appunto. Un privilegio eredità di tempi antichi, di quando effettivamente i rappresentanti venivano considerati cosa altra rispetto ai rappresentati, una rendita che spettava in quanto tale, per il solo fatto di aver messo piede in Parlamento.

Paragonare i vitalizi alle pensioni è quanto di più demagogico si possa fare.

Innanzitutto perché le pensioni richiedono almeno 35/36 anni di contributi previdenziali, in pratica l’intero arco di una vita lavorativa passata a versare obbligatoriamente un terzo del proprio reddito allo Stato. Per i vitalizi parlamentari, invece, fino al 2012 bastava aver messo piede in una delle due camere anche solo una volta per veder maturato il diritto, una volta compiuti 65 anni, ad una sostanziosa rendita (ebbene sì, ne sanno qualcosa Luca Boneschi, Angelo Pezzana, Piero Craveri). Dal 2012 il sistema è leggermente cambiato, sono sì previsti dei contributi (che peraltro è lo Stato a versare a sé stesso!) così come per ogni normale cittadino, ma il diritto alla rendita vitalizia scatta dopo un mandato parlamentare, quindi anche dopo solo 5 anni di contribuzione.

In secondo luogo, la pensione è direttamente proporzionale ai versamenti effettuati, più versi e più alta sarà la tua pensione. Per i vitalizi, invece, l’importo effettivamente ricevuto dipende dal numero dei mandati svolti e dalle eventuali ulteriori cariche ricoperte in Parlamento, con il risultato che a fronte di un versamento di circa l’8,6% di contributi (mentre per i “normali lavoratori” si attesta su circa un terzo del proprio reddito) i parlamentari otterranno un vitalizio che oscilla tra il 20 e il 60% dell’indennità versata.

Last but not least, a fronte di un’unica pensione, le rendite vitalizie possono essere plurime e cumulative, basterà essere stati parlamentari, europarlamentari e consiglieri regionali per ricevere fino a tre diverse indennità, alle quali potrebbe sommarsi anche la pensione ordinaria qualora, parallelamente o precedentemente l’attività politica, l’eletto abbia portato avanti la propria carriera professionale.

Il taglio ai vitalizi per i condannati suona, infine, ancora più demagogico se si considera che il taglio avrà ad oggetto solo i condannati per “reati gravi e gravissimi, mettendo dentro mafia, terrorismo, corruzione, concussione, omicidio” da cui resteranno fuori però l’abuso di ufficio (“è un reato grave, ma non a questo livello” cit. Boldrini) e il finanziamento illecito ai partiti, reati che evidentemente non sono stati ritenuti particolarmente gravi per chi ricopre un incarico pubblico.

Così, mentre i numerosi ex parlamentari macchiatisi di terrorismo e omicidio non potranno fruire della rendita vitalizia, altri notabili del calibro di Claudio Martelli (4.684,19 euro al mese, condannato nell’inchiesta Enimont, con sentenza definitiva di otto mesi, per aver ammesso di aver ricevuto una tangente da 500 milioni di lire), Gianni De Michelis (5.174,79 euro al mese circa, condannato a 4 anni in primo grado, poi ridotti con il patteggiamento a un anno e sei mesi), Giorgio La Malfa (vitalizio da 5.759,87 euro nonostante la condanna a sei mesi per finanziamento illecito ai partiti), Paolo Pillitteri (2.906,11 euro al mese, condannato a quattro anni e sei mesi per ricettazione e finanziamento illecito ai partiti) potranno tranquillamente continuare a godersi il frutto di tanti anni di sudato lavoro.

Cara Laura, l’unica proposta ragionevole sarebbe quella di considerare realmente i vitalizi alla stregua delle pensioni, versando i contributi dei parlamentari all’INPS e quindi al calcolo a fine carriera dell’effettiva pensione maturata. Una proposta simile l’aveva fatta nel 2010 Antonio Borghesi, prof. di economia all’Università di Verona ed eletto con l’Italia dei Valori, risultato? 22 voti a favore, 498 contrari. Più che di trattamenti rigorosi, basterebbe l’uguaglianza, sarebbe già un gran passo avanti.