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Guillaume

Caro Guillaume,

Rispondo a te nella speranza di arrivare anche a tutti coloro che, come mi scrivi tu, guardando la puntata di Announo del 21 maggio hanno pensato che fossi lì solo a “rompere il cazzo”.

Nel contattarmi mi hai anche fatto avere il post di un allevatore piacentino, tale Guido Gandelli, il quale, all’indomani della nostra puntata, ha ricevuto un’ispezione dei NAS che ha dimostrato l’assoluta regolarità del suo allevamento.

Ecco, anche solo per questo credo che la puntata di giovedì possa definirsi un successo, poiché è riuscita in un paese come il nostro, fatto di mille regole ma pochi controlli, ad attirare l’attenzione su un tema che dovrebbe essere centrale nel nostro settore agroalimentare: la qualità.

Gli allevamenti in cui ha fatto incursione Giulia ci hanno mostrato qualcosa che non dovrebbe accadere in un paese che ambisce a rivestire un ruolo di eccellenza sui mercati internazionali, un paese che da sempre si fa promotore della tracciabilità della filiera, un paese che è patria dei DOC, dei DOP, degli IGT, nella convinzione di proporre ai consumatori italiani e non prodotti di eccellenza e di qualità senza pari.

Ebbene, quegli allevamenti  che abbiamo visto, con i topi, le ragnatele, gli animali segregati e feriti, le carcasse sparse qua e là non credo rappresentino una qualità esportabile, quel prodotto che raccontiamo basarsi su una tradizione centenaria costruita sul territorio. Tutt’altro, credo rappresentino una presa in giro per quei consumatori che scelgono prodotti italiani credendo di mangiare prodotti di qualità, ma anche per tutti quei produttori che, come il sig. Guido Gandelli, rispettano le regole investendo tempo e risorse, ma subendo la concorrenza sleale di imprenditori furbetti.

Se avessi ascoltato bene i miei interventi, caro Guillaume, avresti sentito che ho parlato di due temi, poi ripresi insieme a Farinetti: sostenibilitàconoscenza.

Gli allevamenti intensivi a mio avviso non sono un modello di allevamento sostenibile per una serie di motivi.

Innanzitutto, se concentrati in un’area geografica, come avviene in Italia dove il 70% degli allevamenti di suini è circoscritto tra Emilia Romagna e Lombardia, costituiscono un’incredibile fonte di inquinamento per l’ambiente, i cui costi per la bonifica e la messa in sicurezza non sono compensati minimamente dall’indotto economico che tale modello di allevamento riesce a generare. Come affermato dalla FAO, notoriamente non proprio un’associazione di pazzi attivisti per i diritti degli animali, “l’evidenza suggerisce che il settore dell’allevamento è la più importante fonte di inquinanti delle acque, principalmente deiezioni animali, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci usati per le colture foraggere e sedimenti dai pascoli erosi”.

In secondo luogo per il tipo di nutrimento fornito agli animali, i quali non si nutrono di fieno o erba dei nostri territori, bensì si nutrono di speciali miscele spesso costituti in gran parte da cibo che potrebbe benissimo essere destinato all’alimentazione umana. Uno studio di qualche anno fa ha calcolato che nei soli USA, ogni anno, 41 milioni di tonnellate di proteine vegetali vengono consumate dagli animali allevati, i quali “fruttano” solo 7 milioni di tonnellate di proteine animali da destinare al consumo umano: insomma per ogni chilogrammo di proteine animali prodotte, occorrono circa 6 chilogrammi di proteine vegetali.

A ciò si aggiungano l’immenso consumo di risorse idriche, la deforestazione, la distruzione delle biodiversità, l’aumento dei gas serra, l’impoverimento dei suoli.

Tutte queste, caro Guillaume, ritengo siano argomentazioni che da sole rappresentano non solo l’opportunità, bensì la necessità di dover parlare di questi temi che impattano sulla vita di tutti noi, carnivori, onnivori, vegetariani o vegani.

Ho parlato poi di conoscenza, di consapevolezza di cosa mangiamo e cosa andrebbe mangiato. Ad oggi, gli italiani, grazie ad un’invidiabile biodiversità, alla straordinaria collocazione geografica e climatica, ad una tradizione culinaria centenaria, inconsapevolmente hanno “mangiato sempre bene”, o comunque meglio di altri, così come dimostrato dall’alta aspettativa di vita del nostro paese.

Ciò nonostante, la globalizzazione, il marketing, il consumismo hanno radicalmente cambiato le abitudini alimentari di tutto l’Occidente, Italia compresa. Si mangia di più, si produce di più e la scelta degli ingredienti è passata in secondo piano rispetto al packaging o al gusto.

La mia proposta di introdurre la materia di “Educazione alimentare” in tutte le scuole credo rappresenterebbe un ambizioso investimento sul futuro di noi cittadini e, come conseguenza, del nostro modello agroalimentare. Qui non si tratta dell’imporre un modello rispetto ad un altro, carne sì o carne no, ma di creare conoscenza sul cibo, di sapere come si produce il cibo, di cosa fa bene e cosa fa male, di fornire ai cittadini gli strumenti per diventare consumatori consapevoli e quindi realmente liberi, anche di mangiare carne.

La libertà, caro Guillaume, credo sia davvero il punto centrale: senza informazione, senza trasparenza la nostra scelta come cittadini non sarà mai libera. Saremo semplici consumatori in balia di trend, mode, costumi: “Made in Italy”, “DOP”, “DOC”, “IGT” sono solo sigle vuote se dietro non hanno la forza di essere testimonianza di un territorio, di una cultura, di una qualità che non potrà mai coniugarsi con l’industrializzazione e lo sfruttamento intensivo di colture, terreni e vite animali.

Ecco, gli animali. Ci sarebbero poi anche le condizioni di vita degli animali a cui in tanti non sembrate dare peso. Esseri senzienti dotati di un’intelligenza straordinaria, come la stessa scienza ha ampiamente documentato, ma che preferiamo ritenere stupidi, incapaci di provare quelle sensazioni di paura, terrore, avvilimento per il trattamento a cui li costringiamo.

Hai mai notato che la carne preferita dai bambini d’oggi è spesso quella “senza forma”? Un bambino non mangerebbe mai la lingua, la coda, le cervella, seppure siano tutti piatti pregiati della nostra tradizione culinaria. Il vero segreto del successo di polpette, cotolette, bastoncini di pesce e burgers credo stia proprio lì, nel nascondere quello che realmente rappresentano: vite animali.

Insomma caro Guillaume, che se ne dica, di questi temi credo ci sia un disperato bisogno di parlarne ma se, nonostante tutto, continuerai ad avvertirli come una rottura, fortunatamente, anche in tv, esiste sempre la libertà di cambiare canale.

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