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I valori, i genitori, lo Stato, la mancanza di leggi, il branco, le multinazionali: ieri sera, al processo alla rete andato in onda ad Announo, non si è salvato nessuno.

Insomma, fuori il colpevole, ci sarà qualcuno responsabile delle vittime del cyberbullismo, degli insulti a Belen, dei ragazzi cinesi che per non mettere in pausa i videogames si dotano di pannolone maxi.

Per il manettaro Di Pietro servirebbe una Authority, anzi no una bella legge (apparentemente in Italia ne manca sempre una), anche se sembra non aver considerato che difficilmente una legge nazionale potrà mai porre vincoli reali ad un fenomeno globale ed interconnesso.

Lo stesso vale per la proposta di chiudere i siti colpevoli, basti ricordare la lotta alla pirateria musicale di qualche anno addietro, quando si pensò che per frenarne il dilagare bastasse prendersela con il principale responsabile, Napster: risultato? Nessuno, la musica si scarica ancora gratis e in maniera ancora più facile.

Internet andrebbe forse visto per ciò che è, un flusso di informazioni il cui contenuto è esclusivamente nella responsabilità degli utenti. L’idea di prendersela con i giganti del web nasconde solo la ricerca esasperata di un colpevole, qualcuno a cui addossare il nostro vero limite, ossia l’incapacità di comunicare con gli altri.

Internet ci ha offerto la rivoluzionaria possibilità di entrare in contatto con un’immensa rete di persone, un megafono attraverso cui urlare al mondo i nostri pensieri, ma anche di mostrare un’immagine di noi come vorremmo che fosse, frutto di un’attenta selezione di frammenti di vita, foto, pensieri, condivisioni che possono sempre essere modificate, ritoccate, cancellate. Ecco allora che la condivisione di una foto privata, di un video, di un momento della nostra vita reale può rappresentare la distruzione di quell’immagine virtuale, mostrandoci alla rete per ciò che realmente siamo.

Pensare che un soggetto terzo – lo Stato, una Authority, Google – possa preservarci da tutto ciò non solo è utopistico ma anche pericoloso: significherebbe consegnare nelle mani di qualcuno il potere di determinare cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa sia offesa e cosa sia critica, il tutto in nome di una morale e di valori dei quali non se ne capisce bene né il contenuto né l’effettiva condivisione tra gli utenti.

Proprio in nome di quella morale Belen ci ha raccontato del dolore provocatole da quelle centinaia di utenti che le rivolgono i più disparati e gratuiti insulti, ma in nome del quale lei, in diretta tv, giudica Silvana, giovane ragazza napoletana, rea di “vendersi in modo squallido” per il fatto di inviare video e foto osé ai propri followers in cambio di ricariche telefoniche e regalie varie.

Eppure per alcuni anche le sue foto seminuda, i video in lingerie messi in pasto di milioni di arrapati utenti rattristano, scioccano o indignano. I moralismi, come la bellezza, sono per definizione sempre negli occhi di chi guarda.

Nel processo alla rete l’unico ad averne colto le reali peculiarità sembra essere Zanni, non a caso Presidente di Wikimedia Italia, il quale ha posto tutti davanti l’evidenza che a determinare limiti e contenuti della rete sono necessariamente le stesse comunità di utenti, alle quali è altresì demandato il compito di garantire il rispetto delle proprie regole.

Dietro ogni utente c’è prima di tutto una persona che, come nella vita reale, non potrà mai avere il privilegio di addossare a qualcun altro la responsabilità per le proprie azioni.

Oltre che nella vita reale, anche in quella virtuale, prima o poi, toccherà diventare adulti.