La crisi, il lavoro e i giovani: l’inutile mantra di politica e istituzioni

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Barbara Kruger

Barbara Kruger

 

Lavoro, lavoro e lavoro: questo il mantra universalmente recitato come soluzione alla crisi economica.

I dati d’altronde parlano chiaro, 3 milioni 248 mila (12,7%) di disoccupati, di cui 683 mila compresi nella fascia tra i 15 e i 24 anni. L’equazione, a prima vista, sembra chiara a tutti. Maggiore occupazione significa maggiori soldi in tasca delle persone, se crescono i consumi cresce la produzione, se cresce la produzione cresce anche la domanda di lavoro da parte delle imprese, e così via in un circolo virtuoso a beneficio di tutti.

Nessuno, tuttavia, che osi anche solo addentrarsi in cosa dovrebbero occuparsi tutti coloro che oggi un lavoro non lo hanno. E’ così che la parola crisi si rivela una boccata d’ossigeno in uno scaricabarile di responsabilità tra governanti e governati. Perché va detto, pensare di poter crescere nello stesso modo e alle stesse condizioni che hanno caratterizzato gli ultimi decenni è semplicemente utopistico e irreale.

Messaggio alle giovani generazioni: nessuno ci ha tolto alcunché, non è colpa di padri o nonni, non sono stati i socialisti né i democristiani, né Bilderberg né la P2, non sono congiunture economiche o politiche ad aver ostacolato il nostro diritto ad un futuro migliore, semplicemente il nostro futuro migliore lo stiamo forse già vivendo. Quanti dei nostri genitori hanno avuto la possibilità di studiare, viaggiare, ma anche solo cazzeggiare quanto noi? La maggior parte degli under 30 italiani parla (o ci prova!) almeno una seconda lingua, vanta un titolo di studio più alto o almeno di pari livello a quello dei propri genitori, vive in costante connessione con il resto del mondo grazie a sofisticata tecnologia che solo vent’anni fa sarebbe sembrata pura fantascienza.

L’Italia di oggi non è l’Italia degli anni ’50, non usciamo dalla guerra, i nostri genitori non hanno conosciuto le difficoltà di carestie o di scarsità alimentari. Non ci sono strade da ricostruire o palazzi da realizzare. L’auto non è più un lusso per pochi, i nostri supermercati sono invasi da prodotti il cui costo è spesso incomprensibile. Come è possibile spiegare che un chilo di banane che hanno attraversato l’Atlantico costi solo 1,50 euro, mentre spedire un pacco dello stesso peso dall’Italia all’Ecuador costi 50 centesimi in più? Ma sopratutto, ci si è mai preoccupati dell’opportunità che il 40% di quel prezzo vada al supermercato, mentre al proprietario della piantagione andrà circa il 3% (al bracciante meno dell’1%)? L’esempio delle banane può essere facilmente replicato ad ogni prodotto, in particolare a tutte quelle montagne di prodotti realizzati in Cina che invadono i nostri mercati sull’onda delle frenesia consumista: maggiori sono i consumi, maggiore è la produzione; maggiore è la produzione, maggiori saranno i posti di lavoro.

Ma resta una domanda: se i consumi sono il motore del lavoro, com’è possibile coniugare un mondo di risorse finite con una crescita che vorremmo fosse infinita? E proprio nel tentativo di rispondere a questa domanda sta forse la vera rivoluzione. Non serve necessariamente crescere per vivere meglio. Restando fermi al semaforo si consuma più benzina, il che in qualche modo aumenterà il PIL, ma sfido chiunque a provare come ciò sia ricollegabile ad un qualsiasi tipo di crescita. Eppure proprio su questo presupposto si basa il PIL, su una crescita in termini assoluti, senza tenere conto di chi si sia arricchito realmente e a scapito di chi.

Fondamentale sarebbe quindi preoccuparsi prima di come dovremmo e vorremmo crescere, nei vecchi concetti di posto fisso e PIL non troveremo infatti nessuna risposta. Non è la precarietà il male dei giovani d’oggi, è la mancanza di obiettivi, di aver anche solo il coraggio di pensare ad un modello di società diversa, innovativa e forse sì rivoluzionaria. Nell’era dello “Stay hungry, stay foolish” rimaniamo di sasso nell’apprendere che nessuno ci stia lasciando in eredità un posto fisso che ci conduca ad una sicura e sostanziosa pensione. Ma diciamocelo, quanti giovani oggi sarebbero disposti a farsi 35-40 anni di fabbrica così come molti dei nostri genitori? La più grande eredità che ci è stata lasciata è il mondo in cui viviamo, presto o tardi toccherà a noi cambiarlo. Non credo che avremmo potuto chiedere di meglio.

Impara l’arte e mettila da parte: come lasciare in eredità il debito pubblico*

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*ma salvando i giovani d’oggi

L'Eredità

Il ministro Madia rassicura sui famigerati 85 mila che dovrebbero “uscire” dagli uffici pubblici: non si tratta di esuberi («Una terminologia assolutamente sbagliata e distorta anche rispetto al piano Cottarelli»), spiega il ministro, ma di prepensionamenti. «L’idea sarà quella di provare ad avere delle uscite anche con dei prepensionamenti -ha continuato il ministro- ma, tutto questo, per reimmettere energie nella P.a. quindi aiutare i giovani a entrarvi».

Ricapitolando, mentre il debito pubblico italiano continua a salire, grazie agli aumenti registrati dalle amministrazioni centrali e locali per rispettivamente di 18,9 miliardi (!) e 1,5 miliardi (!) di euro; la Banca Mondiale ci declassa al 90° posto a livello internazionale – in caduta di 6 posizioni rispetto al 2013 – per la facilità di creare business; il numero di giovani laureati che emigra viaggia ormai su cifre a tre zeri, con 9mila laureati emigrati sono nel 2012, la soluzione approntata dal Governo è nuovamente la minestra riscaldata più insipida di sempre: l’assunzione governativa mediante prepensionamento dei lavoratori pubblici.

Eppure, la crisi strutturale italiana non era innanzitutto responsabilità di quella Prima Repubblica, che ci aveva lasciato in eredità il pesantissimo debito pubblico? I poveri giovani vittima delle scellerate politiche di governo dei loro padri?

Verrebbe da chiedere dove troveranno i soldi per prepensionare, ossia per anticipare la pensione a chi già lavorava e poteva continuare a farlo, e al contempo assumere nuovi dipendenti, giovani e vecchi, che vinceranno il concorso. Perché gira e rigira, sempre lì torniamo: chi paga i servizi dello Stato? Nella risposta, ogni soluzione.

I giovani e la crisi: l’esperienza come soluzione

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“Lo studente che si assicura la solitudine e l’agio desiderati, scansando sistematicamente ogni lavoro necessario all’uomo, non ottiene che un agio ignobile e senza profitto alcuno, in quanto si autodefroda della esperienza che è la sola che può rendergli fruttuosa l’agiatezza. «Ma» si potrebbe dire «non vuol mica dire con questo che gli studenti dovrebbero andare a lavorare con le mani invece che con la testa?» Non intendo proprio questo ma qualcosa che si potrebbe ritenere molto simile; cioè che essi non dovrebbero giocare alla vita o solamente studiarla, mentre la comunità li mantiene per questo passatempo dispendiososo, ma viverla sinceramente dal principio alla fine. I giovani, come meglio potrebbero imparare a vivere se non cominciando subito a sperimentare la vita? Credo che ciò eserciterebbe la loro mente quanto la matematica. Se desiderassi che un ragazzo sapesse qualcosa delle scienze de delle arti, per fare un esempio, io non seguirei la comune prassi di mandarlo solo da qualche professore dove si insegna e si pratica di tutto meno l’arte della vita; né lo manderei a osservare il mondo attraverso un microscopio o un telescopio e mai con i propri occhi naturali; né a studiare chimica e non sapere come è fatto il suo pane, o meccanica e non apprendere come quel pane lo si guadagna; né ancora a scoprire nuovi satelliti di Nettuno e non discernere la pagliuzza che ha nell’occhio e non sapere di che vagabondo lui stesso sia satellite; né lo manderei a farsi divorare dai microbi che gli sciamano attorno magari proprio mentre lui sta contemplando i mostri di una goccia d’aceto. Chi avrebbe compiuto maggior progresso, alla fine del mese: il ragazzo che s’è fatto il coltello a serramanico con il minerale che lui stesso ha scavato e fuso, leggendo ciò che gli era necessario a tale scopo, o quell’altro ragazzo che in quel tempo ha seguito le lezioni di metallurgia all’istituto, e che ha ricevuto da suo padre un temperino modello Rogers? chi dei due è più probabile si tagli le dita?

Quello che ho detto dei nostri colleges è applicabile anche alle cento «novità moderne»; in esse c’è sempre una parte d’illusione, e non sempre un progresso effettivo. Esse tendono a essere graziosi giocattoli che distraggono la nostra attenzione dalle cose serie. Sono mezzi progrediti diretti a un fine non ancora progredito – fine troppo facile da conseguirsi. Dopotutto, non è detto che chi ha un cavallo che fa un miglio al minuto debba portare i messaggi più importanti.”

Henry D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi, BUR Rizzoli

Fannulloni europeisti

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– Fannullone! – urlava Marc Tarabella, europarlamentare belga di origine italiana, riferendosi al “collega” Matteo Salvini, parlamentare (poi decaduto), europarlamentare e da qualche settimana segretario della Lega Nord.

– Cazzate! – le ha definite Salvini e in un certo senso non ha sbagliato. Perché questo è per l’Italia l’Europa, una cazzata, spauracchio di ogni male, causa della crisi, longa manus di banche e tecnocrati, della globalizzazione, dell’invasività dei giudici europei che ci dicono cosa possiamo o non possiamo fare. Eppure è proprio in Europa che si decidono le politiche monetarie ed economiche di tutto il continente, è grazie all’attenzione delle istituzioni europee che si sono sviluppate nel nostro paese le politiche a tutela dei consumatori, del libero scambio delle merci che hanno aperto e facilitato i commerci con gli altri 26 paesi europei, che si è ridata attenzione ai temi ambientali e allo sviluppo sostenibile, è infine grazie ai giudici europei che in Italia si ha ancora un minimo di controllo sul rispetto dei diritti umani.

In questo il nostro paese vive una vera crisi di rappresentatività, non nell’alto numero e nei lauti stipendi parlamentari “romani”, bensì nel fatto che man mano che l’Europa ha assunto sempre maggiore importanza nelle nostre vite, l’Italia si è ritirata dalle sue istituzioni. A Bruxelles sono finiti i trombati della politica nazionale, da Iva Zanicchi a Clemente Mastella, passando per Mario Borghezio, politici nostrani inviati nelle istituzioni internazionali, spesso senza particolari conoscenze delle altre lingue europee o propensione alcuna per lo sviluppo di progetti e proposte per l’Unione.

In questo l’Italia vive il suo grande paradosso: da un lato si denuncia una classe politica sorda alle istanze dei cittadini, dall’altro si pretende la riduzione del numero degli eletti e quindi una minore rappresentatività nelle istituzioni stesse. Da un lato si bolla come troppo invasiva l’azione delle istituzioni europee, dall’altro a Bruxelles ci si fa rappresentare dalla politica più inesperta e impreparata alle dinamiche internazionali.

Tra il 22 e 25 maggio si terrà l’ottava elezione del Parlamento Europeo, a cui parteciperà per la prima volta anche la Croazia. A qualche mese di distanza da questo appuntamento partiti, media, l’intero paese tace. Nessun dibattito, se non quello annoso sull’ennesima legge elettorale che non accontenterà nessuno, né eletti né elettori, configurandosi come la porcata bis. Eppure appare chiaro che non sarà un sistema rispetto ad un altro a garantire il cambiamento, servirebbe un grande dibattito, un dibattito condiviso su che direzione dare alle nostre istituzioni e a quelle europee. Servirebbero competenze e conoscenze delle istituzioni e del loro funzionamento, qualità che i nostri rappresentanti, così come gran parte della tanto decantata società civile, non sembrano possedere. Servirebbe un impegno, una sete di conoscenza, uno sforzo che investa tutti, in primis chi gli eletti li sceglie. Ma in questo sì, siamo dei fannulloni.

Leggere per pagare meno tasse (ma non in bolletta)

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Niente da fare, ci sono ricascati. Già qualche tempo fa una serie di ministri europei, tra cui ovviamente il nostro, avevano chiesto alla Commissione UE di rivedere le politiche di contenimento delle emissioni di CO2 e di incentivi alle rinnovabili, giudicate come troppo pesanti per le già onerose bollette. “Si riduce la competitività così!” senza pensare che in un mondo di risorse finite e alla luce dei sempre più consistenti cambiamenti climatici certe politiche più che come freni alla competitività andrebbero visti come investimenti sul nostro futuro, ma su questo rimando al precedente articolo. Con il Decreto Legge n. 145 del 23 dicembre 2013 però il Governo è riuscito in un gioco delle tre carte degno dei migliori prestigiatori: se da un lato l’introduzione del decreto giustifica la necessità e l’urgenza delle misure con l’obiettivo di contenere le tariffe elettriche e del gas, all’art. 1 comma 12 si prevede la possibilità in capo alla regione Sardegna di indire una gara per la realizzazione, entro il 30 giugno 2016, di  una centrale termoelettrica a carbone da realizzarsi sul territorio del Sulcis Iglesiente, in  prossimita’  del giacimento carbonifero, assicurando la disponibilita’  delle  aree  e delle  infrastrutture  necessarie. Al vincitore della gara – continua il decreto – e’ assicurato l’acquisto da parte del  Gestore  dei  servizi  energetici S.p.a.  dell’energia   elettrica   prodotta   e   immessa   in   rete dall’impianto, dal primo al ventesimo anno di esercizio, al prezzo di mercato maggiorato di un incentivo fino  a  30  Euro/MWh  sulla  base della produzione di  energia  elettrica  con  funzionamento  a  piena capacita’ di cattura della  CO2  e  del  funzionamento  del  relativo stoccaggio nonche’ rivalutato sulla  base  dell’inflazione  calcolata sull’indice Istat, per un massimo di 2100 GWh/anno.Il rapporto tra l’ammontare complessivo di tale  incentivo  e  il  costo  totale  di investimento sostenuto dal vincitore della gara non deve superare  le proporzioni consentite dalle norme comunitarie sugli aiuti di Stato e nessun incentivo puo’ essere concesso  prima  della  approvazione  da parte della Commissione  europea.In  caso  di funzionamento della centrale termoelettrica in assenza di cattura e stoccaggio della CO2, le emissioni di gas serra attribuite all’impianto sono incrementate del 30%. Ma non finisce qui perché al successivo comma 13 viene previsto che gli oneri derivanti dall’attuazione del comma 12 sono a  carico del sistema  elettrico  italiano  e  ad  essi  si  provvede  mediante corrispondente prelievo sulle tariffe elettriche.

Insomma, non solo si da il via alla costruzione di una centrale a carbone pericolosa per la salute dei cittadini e per l’ambiente, ma in un provvedimento che ha come obiettivo quello del contenimento dei costi in materia di energia elettrica, si riesce nell’impresa di finanziare l’opera di una società privata mediante sussidi che, a detto del decreto stesso, si pongono sul confine con gli aiuti di stato e i cui costi di realizzazione verranno addebitati a tutti gli utenti in bolletta!

Fortunatamente, al successivo articolo 9, pare arrivare una buona notizia che fino ad oggi è passata un po’ di soppiatto sui media nazionali: da quest’anno e per i prossimi tre anni sarà possibile detrarre nella dichiarazione dei redditi l’acquisto di libri, fino ad un massimo di 2000 euro (di cui 1000 per i testi scolastici). Sfortunatamente non varrà per gli ebook, nonostante la rubrica dell’articolo reciti “Misure per favorire la diffusione della lettura”. Un controsenso? Forse, se non altro in linea con il decreto.

Olimpiadi e ripresa economica: i miraggi di Letta

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"Questa protesta non è contro la nazionale di calcio, ma contro la corruzione" #ilgigantesièsvegliato

“Questa protesta non è contro la nazionale di calcio, ma contro la corruzione” #ilgigantesièsvegliato

Ci provarono con Roma, con l’ex sindaco Alemanno in testa, ma fortunatamente alla Presidenza del Consiglio c’era Mario Monti, l’uomo dei miracoli disattesi ma che almeno un compito lo portò a casa: evitare gli ennesimi sprechi pubblici. Perché di questo si tratta quando si ambisce ad organizzare un evento come le Olimpiadi. In un precedente post già avevo raccolto qualche dato sulle precedenti edizioni olimpiche, dal caso greco in cui il Governo di Atene pur avendo preventivato una spesa di 4,6 miliardi di euro finì con lo spenderne ben 9 (spese per le infrastrutture escluse), contribuendo a far raggiungere un deficit di bilancio per il paese del 5,3%, fino ai mondiali di nuoto del 2009 (a Roma), spesa preventivata 60 milioni, spesa effettiva raggiunti 600 milioni di euro, a cui si aggiunse la beffa di non aver neanche realizzato completamente la cittadina del nuoto che sarebbe dovuta rimanere alla città in eredità dall’evento. Insomma, un fiasco totale.

Nel frattempo è arrivato alle cronache anche l’emblematico caso brasiliano, dove l’ex Presidente Lula, prima di passare le consegne all’attuale Presidente Roussef, si assicurò contemporaneamente l’organizzazione di Mondiali di Calcio 2014 e Olimpiadi 2016, riuscendo nella non facile impresa di risvegliare il c.d. Gigante Brasileiro, decine e decine di milioni di persone scese in piazza unite nella protesta contro le spese pazze (e la dilagante corruzione) che il Brasile dovrà affrontare per ospitare le due manifestazioni. La stima attuale per la costruzione dei soli stadi di calcio per i prossimi mondiali è di 7 miliardi di reais, pari a oltre 2 miliardi di euro, a cui dovranno aggiungersi tutte le altre voci di spesa che porteranno il Brasile a spendere, secondo alcuni, tanto quanto le ultime 3 olimpiadi messe insieme. Il Brasile però, si potrà dire, è un paese in forte crescita, in grado di attirare grandi capitali esteri e che proprio attraverso questi impegni potrà mostrarsi al mondo sotto una nuova luce, quale nuova potenza politica ed economica. E’ un paese fortemente arretrato a livello infrastrutturale, non dispone ad esempio di una rete ferroviaria, mentre la rete autostradale esiste ma a seconda della regione è più o meno sviluppata e curata. Organizzare eventi come questi potrebbe essere l’occasione per modernizzare il paese, o almeno così afferma la classe politica brasiliana. Pur ammettendo tutto questo, pur sorvolando sull’enorme quantità di denaro che il governo brasiliano spenderà nei prossimi anni al posto di investire, ad esempio, aumentando e assicurando un sistema di tutele universale ai propri cittadini, molti dei quali ancora vivono intrappolati in regioni caratterizzate da tassi di povertà estrema, possiamo dire lo stesso del nostro paese? Non solo ce lo sconsigliano i conti, dato che possiamo vantare il secondo debito pubblico europeo dopo la Grecia, con un invidiabile tasso del 130%, ma ce lo dice anche l’Olaf, meglio conosciuta come Agenzia Antrifrode Europea: dei 120 miliardi che la Commissione UE stima siano sottratti ogni anno all’economia continentale dalle tangenti, metà è di nostra competenza.

Nel paese dei paradossi, dove riescono a convivere Alta Velocità, il decennale progetto per un Ponte sullo Stretto di Messina e l’eterno cantiere della Salerno-Reggio Calabria, possiamo davvero pensare che ospitare le Olimpiadi sia un’occasione? Davvero siamo ancora così miopi da sperare che il volano per l’economia possa arrivare attraverso la mano pubblica, aprendo i rubinetti delle casse statali a favore di impresari amici? Davvero le Olimpiadi in Italia – come dice Letta – sono un obiettivo alla nostra portata tanto quanto la ripresa? Vedendo i dati su economia, pressione fiscale e i tassi di fallimenti in Italia la ripresa non mi pare proprio così alla nostra portata. Che non lo siano anche le Olimpiadi?

I prodotti di “Casa Nostra”

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terra fuochi

6000 metri quadrati di scorie velenose e tossiche a ridosso di serre agricole coltivate, i cui prodotti sono poi diretti nei supermercati, nelle aziende che li utilizzano per produrre sughi e passate di pomodoro, piatti pronti, condimenti e così via. Bidoni tossici, tracce di amianto sbriciolato, traversine ferroviarie accompagnati da tracce di recenti roghi accesi per cancellare (come se bastasse bruciare i rifiuti per farne sparire la pericolosità!) le prove dello smaltimento abusivo.

 

In un’Europa sorda alle istanze volte a sottolineare l’importanza della tracciabilità dei prodotti, in un’Italia che celebra la genuinità dei suoi prodotti a suon di certificazioni BIO-DOP-DOC, le organizzazioni criminali e una parte di compiacente (e/o ignorante) classe politica locale consente la distruzione del nostro più grande patrimonio: il territorio. Territorio inteso come natura, biodiversità, conservazione delle specie animali e naturali, preservazione dall’inquinamento di acqua, aria e terra. Finché non si comprenderà l’estrema e articolata interconnessione tra l’inquinamento e la nostra vita questo scempio non avrà fine. In un sistema in cui è sempre e comunque il mercato a farla da padrone, non attendiamoci risposte pronte e sicure dalle istituzioni. Il miglior modo per cambiare le cose è il consumo intelligente, favorendo sistemi ad esempio quale il chilometro zero, acquistando direttamente dal produttore di fiducia che al contempo riduce anche l’inutile, costoso e inquinante trasporto di prodotti ortofrutticoli da una parte all’altra del paese.

 

Siamo ciò che mangiamo, asseriva Feuerbach. Vedendo da dove arrivano alcuni nostri prodotti, pare che siamo delle scorie tossiche.

Inquinare per crescere: l’appello di Zanonato e degli amici industriali

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Zanonato

“La Commissione UE dovrebbe esaminare il divario di competitività tra l’Europa e le economie avanzate, causato dalle differenze sia nei prezzi dell’energia che negli impegni per ridurre le emissioni di CO2 e produrre energia rinnovabile. Entro gennaio 2014 la Commissione dovrebbe trovare una soluzione per appianare questa disparità.”

Così scrivono 9 ministri europei (rispettivamente di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Bulgaria, Lussemburgo, Belgio, Repubblica Ceca, Regno Unito, non certo i paesi più attenti alle questioni ambientali) in occasione della prima conferenza ministeriale degli Amici dell’Industria.

Come dire Commissione cara, siamo proprio sicuri che vogliamo continuare con queste rinnovabili? Sono così costose, richiedono progettazione ed investimenti, perché non ammorbidire un po’ la linea sulle emissioni CO2, inquiniamo un po’ di più ma abbassiamo i prezzi in bolletta grazie al caro vecchio carbone o magari con l’economico nucleare, alla fine belle e importanti queste storielle sull’ambiente e la tutela della salute, però prima pensiamo ai posti di lavoro, che senza i consumi non ripartono e l’economia rimane bloccata!

E’ già, il lavoro, l’economia, la borsa e lo spread. Vien però spontanea una domanda, ma gli amici industriali, tanto attenti ai profitti e un po’ meno all’ambiente, hanno considerato come conciliare un mondo di risorse finite con un modello di sviluppo economico (auspicabilmente) infinito? A me rimarrà sempre il dubbio come dopo 60 anni di inarrestabile crescita, dal dopoguerra alla crisi del 2008, sia bastato frenare la crescita per qualche anno perché il sistema saltasse e ci si ritrovasse indebitati più di prima. Tutti questi 60 anni di crescita dove sono finiti? Ma soprattutto come abbiamo fatto ad indebitarci proprio mentre ci arricchivamo? 

Il ritorno alla crescita pre-crisi che i 9 ministri europei tanto auspicano non solo è illusorio, ma si rivelerebbe anche controproducente. Occorre immaginare un nuovo modello di sviluppo, basato su concetti nuovi quali quelli di riduzione degli sprechi, efficienza e produttività, maggiore condivisione delle risorse, ecosostenibilità ma soprattutto prendendo coscienza dell’interconnessione tra le questioni ambientali e quelle economico-sociali. La progessiva erosione delle risorse, l’inquinamento atmosferico, il surriscaldamento globale significano necessariamente crescita vertiginosa delle materie prime (industriali e dei generi alimentari), progressivo aumento dei traffici di migrazione, incremento delle malattie dovute all’inquinamento atmosferico con ricadute sia sulla produzione che dei costi sociali per le loro cure (senza considerare i danni da inquinamento dei terreni e delle acque come nel caso della c.d. Terra dei Fuochi), una maggiore esposizione ai rischi ambientali e in particolare a nuovi disastri idrogeologici.

D’altronde, basterebbe anche solo riflettere sull’esperienza tedesca (“stranamente” tra i 9 ministri non compare il rappresentante del governo tedesco) la cui transizione energetica ha visto passare dai 160mila addetti impiegati nel settore delle rinnovabili del 2004 ai 380mila del 2012 con un aumento del Pil di oltre 2 punti percentuali. Chissà che agli amici industriali, tanto sensibili ai temi economici ma un po’ meno a quelli ambientali, questi dati non accendano una qualche lampadina. Una lampadina eco, chiaramente.

Berlusconi, il referendum e la cicogna spia

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“A defendant is innocent until proven guilty in legal trial, and granted the right of defense.”

Così recita l’art. 77 della neo costituzione egiziana che celebra il principio della presunzione d’innocenza, seppur dal 03 luglio il governo egiziano lo abbia sospeso, insieme a tutto il resto della testo promulgato qualche mese prima. Nonostante ciò, fa scalpore la notizia che in Egitto a finire dietro le sbarre sia stata una cicogna, l’accusa sarebbe quella di spionaggio. Sarà l’Egitto, direte voi, sarà pure che questa è solo (sigh!) una povera cicogna la cui unica colpa è quella di trasportare un congegno appartenente a ricercatori francesi che ne volevano studiare le migrazioni, ma qui siamo davanti ad una questione che ci coinvolge direttamente ma al quale sembriamo sempre più distanti: il diritto ad essere trattati da liberi cittadini fino a che una sentenza definitiva non dica il contrario.

Principio fondamentale di ogni democrazia, si dirà, eppure in Italia, nelle sovraffollate galere, solo il 10% sconta una condanna definitiva, con un 25% di persone che tornano in libertà entro una settimana. Un principio, quello di presunzione, così radicato in Italia che per tutelarlo si è costretti a ricorrere ad un referendum, al quale per sbaglio o per fortuna, ha firmato pure Silvio B. e giù il finimondo, non sia mai che a guadagnarci siano pure gli italiani che rischierebbero così di esprimersi su tutti quei temi che la politica accantona da decenni

 

Sarebbe utile ricordarsi che anche nell’Italia delle eterne fazioni, dei guelfi e dei ghibellini, dei berluscones e dei bravi cittadini, i diritti e le regole dovrebbero valere per tutti e non rimanere prerogativa di pochi. Perciò poco importa se ha firmato anche Berlusconi che sulla giustizia ad personam ci ha costruito una carriera politica, di firme per i 12 referendum ne servono altre 6 milioni (!), 6 milioni di firme per non fare la fine della cicogna. Io ho firmato, e tu?

Come il PD ti trasforma Berlusconi in un riformista

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E così Berlusconi ha firmato i 12 Referendum Radicali per depenalizzare il possesso di sostanze stupefacenti, abolire il finanziamento pubblico ai partiti, rivedere le politiche sull’immigrazione, correggere il sistema truffaldino che permette che il Vaticano si incassi ogni anno 1 miliardo di euro dall’Italia, impedire l’indiscriminato abuso della carcerazione preventiva e ribadire il principio della presunzione d’innocenza. Ma scusate, lo scandalo quale sarebbe? Che gli italiani avranno il diritto di esprimere la loro opinione su temi che la politica accantona da decenni? O forse che la sinistra italiana è talmente riformista, che nel suo immobilismo e nel suo silenzio su questi temi riesce nell’impresa di far passare Berlusconi per un garante delle libertà individuali? Io nel dubbio, ci metto la firma.