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«Non mi sono mai sentito corrotto o condizionato dai regali che mi arrivavano, come arrivavano a tutti» così Fabrizio Cicchitto, già capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati e ora in forza a NCD, nel commentare le dimissioni di Maurizio Lupi a seguito della bufera mediatica che l’ha travolto in questi giorni.

I regali di questo o quell’altro imprenditore sarebbero dunque, sempre da quanto dice Cicchitto, non solo cosa nota, ma anche diffusa, tanto che lui neanche se ne sentirebbe toccato.

Vista la quasi quarantennale (!) esperienza parlamentare, sarebbe curioso sapere cosa Cicchitto ne abbia fatto degli innumerevoli regali ricevuti, se li abbia conservati, ovviamente in maniera indifferente e distaccata, oppure se abbia provveduto a restituirli al mittente, così come fece qualche anno fa l’allora ministro Bonino, che nel ricevere una dozzina di capi Armani inviatile da Re Giorgio in persona li restituì a quest’ultimo dopo pochi giorni, nello stupore dello stilista piacentino.

Si dirà che i membri del Governo, così come quelli del Parlamento, non sono in realtà dei dipendenti pubblici e che quindi non si applichi loro il “Regolamento sul codice di comportamento dei dipendenti pubblici” che prescrive il divieto di accettare regalie e l’obbligo di restituire i regali di valore superiore ai 150 euro.

Se ciò è vero, appare tuttavia alquanto curioso il fatto che un politico come Cicchitto, che della politica non è certo un novizio, descriva i regali ricevuti da lui e dai suoi colleghi come una diffusa abitudine, tanto da non sentirsene in alcun modo condizionato, quasi come se quelle stesse regalie siano qualcosa di indissolubilmente legato alla carica ricoperta.

Ed è forse è proprio questo a lasciare attoniti. L’assoluto distacco con cui una parte di classe politica viva il proprio ruolo di eletto – o forse si dovrebbe dire di nominato – una condizione di privilegio tale da consentire di ricevere doni di ogni sorta, senza doversi nemmeno interrogare su chi abbia pagato per tali regali ma soprattutto sul perché qualcuno abbia sentito l’esigenza di inviare loro un regalo.

Tale distacco deve necessariamente leggersi come un fallimento democratico, perché se un uomo politico non sente l’esigenza di doversi giustificare, significa che di fondo non sente neanche l’esigenza di dover rendere conto a qualcuno, tantomeno a chi lo ha eletto e ha tutto l’interesse a sapere se e da chi egli riceva elargizioni o regali.

In questo Renzi ha perso una grandissima occasione, lui che da rottamatore ha costruito il proprio successo sul consenso popolare: introdurre anche in Italia, così come nei paesi anglosassoni, un sistema elettorale basato su collegi uninominali. Ogni partito propone un suo candidato in piccoli collegi, chi arriva primo va in Parlamento e ha la responsabilità di essere il rappresentante di un’intera porzione di territorio che lo ha eletto.

La differenza sarebbe abissale: da rappresentanti di un partito si finirebbe con il divenire rappresentanti di una comunità di cittadini.

Pare che per un regalo del genere dovremo ancora aspettare.