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Barbara Kruger

Barbara Kruger

 

Lavoro, lavoro e lavoro: questo il mantra universalmente recitato come soluzione alla crisi economica.

I dati d’altronde parlano chiaro, 3 milioni 248 mila (12,7%) di disoccupati, di cui 683 mila compresi nella fascia tra i 15 e i 24 anni. L’equazione, a prima vista, sembra chiara a tutti. Maggiore occupazione significa maggiori soldi in tasca delle persone, se crescono i consumi cresce la produzione, se cresce la produzione cresce anche la domanda di lavoro da parte delle imprese, e così via in un circolo virtuoso a beneficio di tutti.

Nessuno, tuttavia, che osi anche solo addentrarsi in cosa dovrebbero occuparsi tutti coloro che oggi un lavoro non lo hanno. E’ così che la parola crisi si rivela una boccata d’ossigeno in uno scaricabarile di responsabilità tra governanti e governati. Perché va detto, pensare di poter crescere nello stesso modo e alle stesse condizioni che hanno caratterizzato gli ultimi decenni è semplicemente utopistico e irreale.

Messaggio alle giovani generazioni: nessuno ci ha tolto alcunché, non è colpa di padri o nonni, non sono stati i socialisti né i democristiani, né Bilderberg né la P2, non sono congiunture economiche o politiche ad aver ostacolato il nostro diritto ad un futuro migliore, semplicemente il nostro futuro migliore lo stiamo forse già vivendo. Quanti dei nostri genitori hanno avuto la possibilità di studiare, viaggiare, ma anche solo cazzeggiare quanto noi? La maggior parte degli under 30 italiani parla (o ci prova!) almeno una seconda lingua, vanta un titolo di studio più alto o almeno di pari livello a quello dei propri genitori, vive in costante connessione con il resto del mondo grazie a sofisticata tecnologia che solo vent’anni fa sarebbe sembrata pura fantascienza.

L’Italia di oggi non è l’Italia degli anni ’50, non usciamo dalla guerra, i nostri genitori non hanno conosciuto le difficoltà di carestie o di scarsità alimentari. Non ci sono strade da ricostruire o palazzi da realizzare. L’auto non è più un lusso per pochi, i nostri supermercati sono invasi da prodotti il cui costo è spesso incomprensibile. Come è possibile spiegare che un chilo di banane che hanno attraversato l’Atlantico costi solo 1,50 euro, mentre spedire un pacco dello stesso peso dall’Italia all’Ecuador costi 50 centesimi in più? Ma sopratutto, ci si è mai preoccupati dell’opportunità che il 40% di quel prezzo vada al supermercato, mentre al proprietario della piantagione andrà circa il 3% (al bracciante meno dell’1%)? L’esempio delle banane può essere facilmente replicato ad ogni prodotto, in particolare a tutte quelle montagne di prodotti realizzati in Cina che invadono i nostri mercati sull’onda delle frenesia consumista: maggiori sono i consumi, maggiore è la produzione; maggiore è la produzione, maggiori saranno i posti di lavoro.

Ma resta una domanda: se i consumi sono il motore del lavoro, com’è possibile coniugare un mondo di risorse finite con una crescita che vorremmo fosse infinita? E proprio nel tentativo di rispondere a questa domanda sta forse la vera rivoluzione. Non serve necessariamente crescere per vivere meglio. Restando fermi al semaforo si consuma più benzina, il che in qualche modo aumenterà il PIL, ma sfido chiunque a provare come ciò sia ricollegabile ad un qualsiasi tipo di crescita. Eppure proprio su questo presupposto si basa il PIL, su una crescita in termini assoluti, senza tenere conto di chi si sia arricchito realmente e a scapito di chi.

Fondamentale sarebbe quindi preoccuparsi prima di come dovremmo e vorremmo crescere, nei vecchi concetti di posto fisso e PIL non troveremo infatti nessuna risposta. Non è la precarietà il male dei giovani d’oggi, è la mancanza di obiettivi, di aver anche solo il coraggio di pensare ad un modello di società diversa, innovativa e forse sì rivoluzionaria. Nell’era dello “Stay hungry, stay foolish” rimaniamo di sasso nell’apprendere che nessuno ci stia lasciando in eredità un posto fisso che ci conduca ad una sicura e sostanziosa pensione. Ma diciamocelo, quanti giovani oggi sarebbero disposti a farsi 35-40 anni di fabbrica così come molti dei nostri genitori? La più grande eredità che ci è stata lasciata è il mondo in cui viviamo, presto o tardi toccherà a noi cambiarlo. Non credo che avremmo potuto chiedere di meglio.