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Zanonato

“La Commissione UE dovrebbe esaminare il divario di competitività tra l’Europa e le economie avanzate, causato dalle differenze sia nei prezzi dell’energia che negli impegni per ridurre le emissioni di CO2 e produrre energia rinnovabile. Entro gennaio 2014 la Commissione dovrebbe trovare una soluzione per appianare questa disparità.”

Così scrivono 9 ministri europei (rispettivamente di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Bulgaria, Lussemburgo, Belgio, Repubblica Ceca, Regno Unito, non certo i paesi più attenti alle questioni ambientali) in occasione della prima conferenza ministeriale degli Amici dell’Industria.

Come dire Commissione cara, siamo proprio sicuri che vogliamo continuare con queste rinnovabili? Sono così costose, richiedono progettazione ed investimenti, perché non ammorbidire un po’ la linea sulle emissioni CO2, inquiniamo un po’ di più ma abbassiamo i prezzi in bolletta grazie al caro vecchio carbone o magari con l’economico nucleare, alla fine belle e importanti queste storielle sull’ambiente e la tutela della salute, però prima pensiamo ai posti di lavoro, che senza i consumi non ripartono e l’economia rimane bloccata!

E’ già, il lavoro, l’economia, la borsa e lo spread. Vien però spontanea una domanda, ma gli amici industriali, tanto attenti ai profitti e un po’ meno all’ambiente, hanno considerato come conciliare un mondo di risorse finite con un modello di sviluppo economico (auspicabilmente) infinito? A me rimarrà sempre il dubbio come dopo 60 anni di inarrestabile crescita, dal dopoguerra alla crisi del 2008, sia bastato frenare la crescita per qualche anno perché il sistema saltasse e ci si ritrovasse indebitati più di prima. Tutti questi 60 anni di crescita dove sono finiti? Ma soprattutto come abbiamo fatto ad indebitarci proprio mentre ci arricchivamo? 

Il ritorno alla crescita pre-crisi che i 9 ministri europei tanto auspicano non solo è illusorio, ma si rivelerebbe anche controproducente. Occorre immaginare un nuovo modello di sviluppo, basato su concetti nuovi quali quelli di riduzione degli sprechi, efficienza e produttività, maggiore condivisione delle risorse, ecosostenibilità ma soprattutto prendendo coscienza dell’interconnessione tra le questioni ambientali e quelle economico-sociali. La progessiva erosione delle risorse, l’inquinamento atmosferico, il surriscaldamento globale significano necessariamente crescita vertiginosa delle materie prime (industriali e dei generi alimentari), progressivo aumento dei traffici di migrazione, incremento delle malattie dovute all’inquinamento atmosferico con ricadute sia sulla produzione che dei costi sociali per le loro cure (senza considerare i danni da inquinamento dei terreni e delle acque come nel caso della c.d. Terra dei Fuochi), una maggiore esposizione ai rischi ambientali e in particolare a nuovi disastri idrogeologici.

D’altronde, basterebbe anche solo riflettere sull’esperienza tedesca (“stranamente” tra i 9 ministri non compare il rappresentante del governo tedesco) la cui transizione energetica ha visto passare dai 160mila addetti impiegati nel settore delle rinnovabili del 2004 ai 380mila del 2012 con un aumento del Pil di oltre 2 punti percentuali. Chissà che agli amici industriali, tanto sensibili ai temi economici ma un po’ meno a quelli ambientali, questi dati non accendano una qualche lampadina. Una lampadina eco, chiaramente.