Tags

, , , , , , , , , , , , , ,

Image

Condanne da 40 giorni fino a due mesi di reclusione per i sei tifosi della Pro Patria autori dei cori razzisti durante la partita amichevole con il Milan, lo scorso gennaio. Il pm di Busto Arsizio Mirko Monti aveva chiesto la condanna a pene da quattro a sei mesi di reclusione poiché “da prove dirette e indirette emerge la piena responsabilità degli imputati ed è provato che la valenza di tali condotte è da ricondurre a finalità discriminatorie e razziali”.

Premesso che intolleranza e razzismo con il calcio non c’azzeccano un bel niente, siamo davvero sicuri che il miglior modo per rieducare questi galantuomini sia spedirli per due mesi in galera? Non sarebbe stato più utile assegnarli a dei lavori sociali, magari, perché no, inserendoli per lo stesso periodo come volontari presso cooperative impegnate nei diritti dei migranti?

C’è chi dice che le galere siano lo specchio della società, credo che oggi una similarità la si possa incontrare anche guardando agli stadi italiani. Vecchi, fatiscenti, campi da calcio e giocatori a decine di metri di distanza, a separare gioco e tifo piste di atletica, fossati, pareti in plexiglass, cordoni di sicurezza, tute antisommosse, manganelli. Urla, fischi, insulti gesticolanti nascosti sotto bomberoni, cappucci e sciarpe. Urlano al diverso, urlano allo straniero, sentendosi parte di chissà quale progetto superiore.

E’ davvero impossibile sperare che anche in Italia, un giorno, gli stadi diventino luoghi accessibili a chiunque, luoghi in cui assistere ad uno spettacolo, un gioco in grado di riunire sconosciuti innamorati degli stessi colori? In Inghilterra il famoso Old Trafford, stadio del Manchester United, è meglio conosciuto con l’appellativo di “Theatre of Dreams”. Che sia un caso?

Sarebbe bello sognare che anche in Italia sarà possibile un giorno reagire alla violenza, all’ignoranza, alle urla non con nuovi isolamenti, dalle fatiscenti curve degli stadi alle buie e umide celle delle carceri, bensì cercando di creare e diffondere consapevolezza riguardo la bellezza della diversità. Chissà che ne potrebbe giovare tutta la società, ma perché no, anche solo il mondo di noi innamorati del pallone.