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Alexander Solomon

La prima volta lo incontrai fuori dal supermercato del mio quartiere, vendeva dei calzini di spugna colorati per 5 euro. Non li comprai, ma gli diedi qualche spicciolo. La seconda volta lo vidi fuori da un altro supermercato, se ne stava in piedi sulla porta, le persone indifferenti attraversavano di corsa le porte automatiche del supermercato arrancando con le borse della spesa stracolme. Per lui non uno sguardo, non una moneta. Gli regalai i miei guanti, il destro sul pollice era pure bucato, ma poco importava, li usavo solo quando andavo in motorino. Il ritorno verso casa in Vespa mi gelò le mani, pensai a quanto dovesse fare freddo aspettare senza guanti immobili fuori dal supermercato. A distanza di mesi, stasera l’ho rivisto fuori dal solito supermercato. Appena sono arrivato mi ha salutato e dicendomi “Hello, I remember you, once you gave me a pair of gloves”. Li indossava ancora, dice che lo hanno aiutato ad avere meno freddo.

Si chiama Alexander Salomon, è nato nel 1994 ed è nigeriano. Ha lasciato in Nigeria la madre e i suoi fratelli più piccoli, scappato in Italia alla ricerca di un futuro che si possa definire tale. Dice che la sua condizione è peggio di un morto, passa le giornate aggirandosi per la città, chiede l’elemosina, vorrebbe lavorare ma non sa a chi chiedere. In tasca conserva degli indirizzi, sono di cooperative che potrebbero dargli un lavoro, hanno il telefono di un suo amico, ma per ora nessuno ha chiamato. La notte dorme da un amico, alcune volte però questo non rientra la sera e Alexander si deve adattare, dorme per strada. “Fa molto freddo qui a Verona” sussurra. In tasca ha una carta d’identità rilasciata in Calabria, dove ha anche imparato un po’ di italiano. Ha un permesso di soggiorno per motivi umanitari, scadrà il 30 maggio 2013. Gli chiedo se conosce qualcun altro del suo paese, qualcuno che lo possa aiutare.  Mi risponde che gli altri immigrati gli hanno solo proposto di vendere droga, ma lui con quella roba non vuole averci niente a che fare, teme il giudizio di Dio.

Gli compro qualcosa da mangiare per oggi e domani, una bottiglia d’acqua, ne beve metà in un paio di sorsi. Inizio a fare qualche chiamata, domani dei volontari lo incontreranno, gli procureranno dei vestiti e cercheranno di capire se si può fare qualcosa per lui. Quando glielo dico scoppia a piangere e si inginocchia in segno di ringraziamento, sembra come se gli avessi detto che è tutto finito, che tutto si sistemerà. Gli scatto una foto con il cellulare, così che domani i volontari lo possano riconoscere alla fermata dell’autobus dove gli hanno dato appuntamento. Dopo mezzora di racconti siamo abbastanza in confidenza, gli dico si sorridere per la foto ma il suo volto è come se si ribellasse, abbozza un un sorriso ma mantiene sempre quello sguardo freddo, quegli occhi lucidi che da un momento all’altro sembra vogliano solo piangere.

Si fa tardi e ormai è sera. Vorrei andare ma non so come fare a lasciarlo lì, tutto solo. Frugo nelle mie tasche, alla ricerca di non so cosa. Trovo un’armonica comprata qualche settimana fa in un negozio di strumenti musicali, l’avevo acquistata nella speranza di imparare a suonarla. Gliela do, lo vedo per la prima volta sorridere, è incredulo davanti ad un regalo così speciale. “Mi aiuterà a tenermi compagnia” dice. Si inginocchia ancora una volta mentre altri clienti del supermercato fanno ritorno alle loro auto e osservano tra il curioso e l’intimidito.

Salgo sulla mia Vespa e mi dirigo verso casa, rimane immobile dietro me ma sento i suoi occhi inseguirmi con lo sguardo. Mi domando se qualcosa cambierà, se mai troverà un lavoro, un posto dove dormire, una doccia calda, se potrà un giorno entrare anche lui in quel supermercato e scegliersi qualcosa che piaccia a lui. Me lo domando e spero, ma dentro di me conosco già la risposta.