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11 luglio 2012. Meeting annuale della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), la più importante associazione statunitense per la promozione dei diritti delle persone di colore. Ospite d’onore è Mitt Romney, candidato repubblicano alla Presidenza, invitato a presentare il suo programma politico. Inizia il suo intervento con qualche battuta, si difende dalle accuse di essere esponente di un partito che vuole difendere i ricchi, in quanto a dire di Romney “i ricchi se la caveranno bene con o senza di me come Presidente”. Lui è in corsa per la midlle classe statunitense. Arrivano i primi applausi. Passa quindi ad illustrare le varie politiche che se eletto intenderà portare avanti, politiche volte a creare nuovi posti di lavoro, in particolare per gli afroamericani (il cui tasso di disoccupazione è più alto rispetto alla media nazionale), riforma del sistema scolastico sottolineando come educazione si tramuti in ricchezza anche economica, prosegue affermando che si batterà a difesa del matrimonio tradizionale, gli applausi continuano, seppur dividendo in alcuni casi la platea. Romney arriva poi ad annunciare che se eletto dovrà necessariamente mettere mano alla spesa pubblica, tagliando tutte quelle spese inutili che hanno costretto gli USA all’indebitamento, tra queste l’Obamacare, ossia la riforma sanitaria tanto voluta dall’attuale presidente afroamericano. Ecco arrivare i fischi e i boo di disapprovazione, 15 interminabili secondi a cui Romney risponde con un sorriso di circostanza in attesa di poter proseguire. Il suo intervento riprenderà, segnato ancora da qualche fischio ma anche da molti applausi.

Sarebbe forse immaginabile in Italia un confronto di questo tipo tra candidato e cittadini? Un candidato che si sposta su tutto il territorio, per incontrare gruppi di cittadini, non di fans e militanti di partito. Non intendo quei tour elettorali nostrani in cui i politici si recano in piazze colme di bandiere di partito, in cui meccanicamente scattano quei finti applausi al cui via provvedono i collaboratori del politico stesso. Mi riferisco ad un confronto vero, in cui il candidato risponde a domande di un pubblico variegato, un pubblico critico e non necessariamente schierato e diviso tra guelfi e ghibellini. Cittadini arrivati per ascoltare, capire, magari anche contestare ma sempre in base ai fatti, alle dichiarazioni e alle proposte presentate dal candidato.

I motivi del perché ciò non avviene e non credo avverrà (almeno a breve) in Italia sono sicuramente diversi, ma la disinformazione e il sistema politico-elettorale la fanno, a mio avviso, da padroni. Una democrazia per chiamarsi tale presuppone necessariamente una libera informazione, così che i cittadini possano informarsi sui programmi e su chi votare, ma corrispondentemente dev’essere un sistema che garantisca ai candidati parità di accesso ai sistemi di informazione e quindi di comunicazione con i cittadini. In Italia (studi Censis 2009) il 59,1% degli italiani per informarsi sull’attualità politica si affida principalmente alla televisione. La stessa televisione che da un lato (Mediaset) è in mano al leader del principale partito di centrodestra (nonché unico candidato Premier del centrodestra degli ultimi 20 anni), dall’altro (la RAI) è in mano ai principali partiti, i quali nominandone i vertici, decidono i temi da approfondire e chi invitare in tv. Un sistema informativo che avrebbe reso fiero pure Goebbels, per il quale una bugia ripetuta più volte finirà necessariamente con il diventare una verità. Finisce necessariamente in un circolo vizioso per il quale se nei 5 anni antecedenti le elezioni le presenze in tv rimangono invariate, difficilmente le composizioni parlamentari muteranno di molto, finendo così che Berlusconi rimane per oltre 20 anni il solo e unico candidato del centrodestra, e a sinistra a darsi il cambio sono i soliti derelitti catto-comunisti.

Il sistema politico-elettorale non aiuta. Da oltre 60 anni, il referente politico è il partito, un’entità apparentemente di tutti e di nessuno, ma che di fatto di qualcuno è. Partiti immobili, traditori della Costituzione stessa che imporrebbe loro una democrazia interna in grado di garantirne un ricambio ai vertici, la possibilità di innovare adeguando le istanze ai cambiamenti e alle esigenze della società. Avviene tutto il contrario, i vertici e le candidature avvengono per cooptazione e negli ultimi 30 anni è come se la classe politica italiana si fosse ibernata, nessun partito, nessuno davvero è riuscito a rinnovarsi, mutando radicalmente i vertici e così innovando di conseguenza la proposta politica.

Guardo quindi alla lontana America, della quale sono al contempo affascinato e nauseato, ma che certamente ancora oggi rimane baluardo di democrazia. Un paese in cui un professore afroamericano con alle spalle 4 anni da senatore riesce a diventare il candidato alle presidenziali e a vincerle. Un paese in cui innanzitutto contano la persona e le sue idee, al di là del partito e dei suoi dirigenti. Un paese che da sempre è dotato di quel sistema – il maggioritario uninominale – che anche se a scapito della rappresentatività, garantisce un collegamento netto tra cittadini ed eletto, un sistema che mette al centro la persona, rappresentante delle istanze di tutta una comunità e non di un partito (o meglio dei suoi dirigenti).

Finché non porremo rimedio a queste due condizioni, sogniamoci pure la rottamazione a cui alcuni gridano, il meglio che potremo avere sarà un tour elettorale di Berlusconi in mongolfiera, magari in compagnia di qualche velina.