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Mentre si discute al Senato di ipotetiche riforme della costituzione – presidenzialismo, semipresidenzialismo, doppio, triplo, quarto turno – avanza l’idea di molti al taglio del numero dei parlamentari, principalmente per gli elevati costi (che spesso poi sono veri e propri sprechi) delle Camere stesse.

Come scritto però qualche giorno fa da Massimo Bordin su Il Foglio, il taglio dei parlamentari sulla base di un mero conto economico, rappresenta solo un passo indietro a livello democratico. Perché non dimezzare invece i costi, lasciando inalterato il numero degli eletti? Perché non introdurre un sistema di voto che agganci l’eletto alla comunità elettrice, così che il deputato o senatore venga realmente scelto per le sue idee, per le sue capacità e debba al contempo in qualche modo rispondere (anche solo con la mancata rielezione) ai propri elettori, senza l’ombra del partito dietro cui nascondersi.

E se proprio dobbiamo fare qualche modifica, io lancio due proposte:

1. Superiamo questo benedetto bicameralismo perfetto, con Senato e Camera che fungono sostanzialmente da doppioni, differenziate solo da procedure elettive. Se davvero vogliamo diventare uno stato federale, differenziamo i compiti delle due camere così come fanno gli altri stati federali, mantenendo la Camera come massimo organo legislativo della nazione e il Senato come organo delle regioni. Se così non si volesse, passare al monocameralismo, come fece la Danimarca negli anni Cinquanta, non sarebbe poi una brutta idea.

2. Aboliamo il voto degli italiani residenti all’estero. Ho sentito da molti dire che in alternativa si potrebbe introdurre il voto online che garantirebbe comunque un notevole risparmio (attualmente il voto degli italiani all’estero ci costa circa 20-25 milioni ad elezione). La vera questione però, non me ne vogliano gli italiani di III, IV o V generazione, è che far votare chi è nato e risiede da sempre all’estero non mi sembra che abbia un granché di democratico. Le colonie americane si ribellarono al dominio del Regno Unito sulla base del motto “No Taxation Without Representation”, qui vien da urlare “No Representation Without Taxation”! Insomma, eleggere i propri rappresentanti dovrebbe spettare a chi effettivamente vive in un paese, chi contribuisce alle sue spese attraverso le tasse e quindi ha diritto a veder i propri interessi rappresentati. Piuttosto diamo il voto agli stranieri regolarmente residenti nel nostro paese.

Va bene che la storia ci insegna che siamo un paese di emigranti, ma che io mi debba sentir rappresentato da uno come Razzi (per chi non lo ricordi, quello della “compravendita” dei parlamentari) perché lo vogliono 3500 svizzeri che magari di italiano hanno il bisnonno, ecco, se proprio si vuole tagliare, si inizi da questi parlamentari.