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Neanche il tempo di vincere le elezioni al grido della rivoluzione che il movimento 5 stelle si è già impantanato. E’ bastato che Federico Pizzarotti, neo eletto sindaco di Parma, rivendicasse la sua autonomia dal movimento (“i cittadini di Parma hanno votato me, non Grillo” ndr) per dividere i grillini tra i fedelissimi al Grillo (Beppe) parlante e coloro invece che auspicano una maggiore democrazia interna. Ma non doveva essere questo il movimento delle persone? Il “non partito” creato dalla gente (per bene oltretutto)? Le contraddizioni interne al movimento non sono in realtà poche e la bagarre parmense sembra essere soltanto il primo concreto segnale delle difficoltà che un movimento non strutturato, o meglio strutturato su una sola persona, incontrerà necessariamente nel prossimo futuro.

Se da un lato infatti il Movimento 5 stelle nasce come “strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne promosse nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it” (articolo 4 del “non regolamento”, lo statuto del movimento stesso) nella chiara volontà di “non essere un partito politico né volerlo diventare in futuro”, non si capisce come lo stesso Grillo si riservi la facoltà di accettare e cancellare (così recita il non regolamento) gli iscritti al movimento sulla base di criteri talmente generici da renderli totalmente discrezionali, lasciando tra l’altro la possibilità di iscrizione ai soli cittadini italiani. Sempre secondo l’articolo 3 del “non regolamento” Grillo è l’unico proprietario del marchio 5 stelle, riservandosi così il diritto di scegliere a chi, quando e a che condizioni concederne l’uso. La sede “scelta del movimento” è il sito http://www.beppegrillo.it, non altro che il blog personale del comico dove ovviamente solo lui scrive. Ma come può convivere l’idea di un movimento che nasce dal basso con un modo di operare basato sull’esclusiva volontà di un singolo?

Parma ne è il chiaro esempio. Appena insediatosi Pizzarotti si è trovato davanti alla scelta di dover nominare il nuovo Direttore Generale del comune. Si è fatto il nome di Valentino Tavolazzi, già direttore generale a Ferrara ed ex iscritto al M5S in quanto epurato dallo stesso Grillo per aver partecipato, a quanto pare, ad un convegno riguardante la democrazia interna ai partiti. Appena si è sparsa la notizia, ecco il puntuale post di Grillo a richiamare all’ordine i grillini parmensi sottolineando l’espulsione dal movimento di Tavolazzi e quindi l’impossibilità di un suo impiego in comune, nonostante la volontà della giunta Pizzarotti alla luce dell’esperienza maturata da Tavolazzi. Viene da chiedersi se in un ipotetico futuro quando i sindaci a 5 stelle potrebbero essere 10, 20, 50 resterà compito di Grillo valutare l’operato e le decisioni di ogni singola amministrazione. Alla faccia della democrazia diretta tanto sbandierata.

I riferimenti e le somiglianze con la Lega Nord dei primi anni ’90 sono purtroppo numerosi, come quella Lega anche il M5S si presenta come un movimento di rottura in grado di cavalcare il malcontento popolare grazie a risposte facili a problemi difficili, un movimento nato tra la gente e lontano dai partiti, guidato da un leader massimo che ne detiene potere decisionale ed economico. Personalmente non credo che i grillini una volta entrati nei palazzi del potere si faranno corrompere così come hanno fatto i leghisti, ma di sicuro se vogliono davvero avviare una rivoluzione dal basso devono innanzitutto applicare a se stessi quella democrazia partecipativa che vorrebbero imporre all’intero paese. I diktat di Grillo a non rilasciare interviste ai media e a non collaborare con gli altri partiti sono condizioni impensabili e contraddittorie per un movimento (partito?) che dice di basarsi sulla rete, la libera conoscenza e la democrazia diretta. Immaginare di poter rivoluzionare la politica del nostro paese escludendo a priori il dialogo con le altre forze politiche non è tanto un’utopia, bensì una contraddizione stessa al concetto di democrazia. L’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno è di un altro partito governato da una sola persona, detentrice di ogni verità, un partito autoreferenziale che volontariamente esclude dialogo e la collaborazione con le altre forze del paese.

La soluzione non può che essere proprio quella di imporre innanzitutto la democrazia all’interno dei partiti, dando così voce agli iscritti e rimandando a questi le decisioni sul movimento e non a padri-padroni proprietari di lista, logo e cassa. Questa sì rappresenterebbe una prima vera rivoluzione per la politica italiana dato che nonostante l’articolo 49 della Costituzione sancisca la necessità per i partiti di organizzarsi secondo un metodo democratico, gli stessi poi deliberatamente scelgono di non farlo. Come recita un antico adagio cinese “Chi vuole cambiare il mondo cominci da se stesso”, forse qualcuno dovrebbe dirlo anche al Grillo.