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30 minuti di durata, 81 milioni di visite e un mare di polemiche, questi i numeri del video del momento. Ovviamente stiamo parlando di Kony2012, il video simbolo della campagna mondiale lanciata da qualche settimana dall’associazione no profit americana Invisible Children. Lo scopo, attirare l’attenzione su Joseph Kony, leader del LRA (Lord’s Rebel Army – Esercito ribelle del Signore) il movimento armato che da poco più di vent’anni combatte in Uganda per imporre un regime teocratico – a detta dello stesso Kony – basato sui 10 comandamenti biblici.

Controversa è stata la reazione al video e all’iniziativa di Invisible Children: se inizialmente in moltissimi hanno aderito alla campagna diffondendo il video e organizzandosi in massa per la mobilitazione mondiale del 20 aprile, nei giorni successivi sono apparsi molti video di risposta e articoli critici verso l’organizzazione e l’iniziativa stessa. In particolare le principali critiche andavano dal fatto che Kony fosse già morto e che quindi fosse inutile andare a stanarlo, ma principalmente ci si soffermava sulla gestione delle donazioni fatte ad Invisible Children e sulle loro vere finalità. In molti hanno infatti teorizzato che dietro Kony2012 si nascondano lobbies di petrolieri che auspicano un intervento armato in Uganda per impossessarsi dei giacimenti petroliferi del paese.

La realtà è che ancora una volta si è dimostrata l’essenzialità del principio, più volte espresso da Einaudi, di conoscere per deliberare. Nella mancanza di dati certi tutti possono dire ciò che vogliono e quindi Kony diventa già morto, e il tentativo di dare soccorso ad un governo, quello Ugandese, che ha richiesto aiuto alla comunità internazionale per porre fine al fenomeno dei ribelli che dura da decenni, diventa una illegittima intrusione negli affari nazionali di un paese. Peggio, un pessimo tentativo di giustificare preventivamente all’opinione pubblica un’invasione in uno stato terzo da parte dei soliti americani.

In realtà dietro Kony2012 non c’è mai stato questo. Invisible Children non ha mai auspicato un intervento militare, bensì il semplice rispetto delle norme di diritto internazionale. L’arresto e la consegna di Joseph Kony alla Corte Penale Internazionale perché ottenga un giusto processo e risponda delle gravi imputazioni a suo carico. L’aiuto, tecnologico in primis, e il supporto alle truppe nazionali ugandesi perché possano autonomamente ristabilire l’ordine sul territorio nazionale. Creare consapevolezza tra l’opinione pubblica che non ci sono cittadini di serie a e serie b, siamo tutti esseri umani e nessuno dovrebbe mai vivere con la paura di essere rapiti nel sonno, veder morire i propri genitori, diventare soldati ribelli o prostitute. Il tentativo di Kony è creare awareness – consapevolezza, veicolare un’idea che non possiamo più ragionare in un’ottica nazionale, bensì dobbiamo necessariamente guardare al resto del mondo, collaborare, cooperare, solo così potrà azzerarsi il divario tra paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo.

Le insinuazioni sui fini di Jason Russel e della sua iniziativa, i processi alle intenzioni lasciano il tempo che trovano, ma di sicuro non arricchiscono ne stimolano alcun dibattito. Se non altro Kony2012 ha portato milioni di persone a sapere cosa succede in Uganda, così come succede oggi in Siria, in Tibet, nel Darfur, così come è successo in Rwanda, nei Balcani, nel Congo e in moltissimi altri luoghi. Veicolare conoscenza, comunicare e creare consapevolezza sui diritti e doveri di ogni cittadino mondiale, questo era il tentativo, forse idealista e utopico, ma sicuramente rispettabile di Russel e compagni. Anche solo per questo Invisible Children ha già vinto. La speranza è che dopo il 20 aprile non si spengano i riflettori sull’Uganda, ma anzi se ne accendano di nuovi che contribuiscano a creare un nuovo ordine internazionale, basato sul rispetto dei diritti umani, condizione unica e necessaria per garantire il progresso umano e la pace mondiale.