Tags

, , , , , , , , ,

Passano i giorni, ma le polemiche non sembrano placarsi. Il motivo? La riforma del mercato del lavoro annunciata dal Governo e in particolare, la possibilità che venga messa mano all’art.18, ritenuto da molti la tutela per eccellenza dei lavoratori. Ma sarà davvero così? L’articolo 18, da molti identificato come la tutela contro licenziamento illegittimo, è in realtà inserito nello Statuto dei Lavoratori (legge 300/1970) al Titolo II – Della Libertà sindacale. L’articolo 18 è infatti una prerogativa di quei lavoratori impiegati in strutture presso le quali svolgono le proprie mansioni oltre 15 dipendenti (5 se imprese agricole), un limite che va chiaramente di pari passo con la presenza del sindacato all’interno delle strutture stesse. In particolare prevede che i lavoratori impiegati in suddette unità produttive possano essere licenziati solo per giusta causa, salvo in caso contrario il diritto, a discrezione del lavoratore, di essere reintegrati e comunque il tutto salvo un risarcimento del danno non inferiore a 5 mensilità. Cosa si intenda per licenziamento illegittimo non è poi facile dirlo e anzi un’interpretazione giurisprudenziale rigorosa l’ha esteso a tal punto da ricomprenderne un ampissimo e variegato ventaglio di ipotesi, così ampio che in molti sembrano ritenere il licenziamento in Italia addirittura una chimera.

Il vero problema è che se per i lavoratori appena descritti l’ordinamento ha apprestato un deciso sistema di tutele, lo stesso non si può dire per coloro che si trovano impiegati nelle imprese più piccole, precisamente in quelle caratterizzate da un numero di dipendenti inferiore a 15. Per questi lavoratori, una volta che il giudice abbia dichiarato l’illegittimità del licenziamento, non esiste il diritto alla reintegrazione bensì un diritto alla riassunzione, con la conseguenza che il dipendente illegittimamente licenziato una volta riassunto perderà anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto. La riassunzione è inoltre a discrezione del datore di lavoro e non del lavoratore come avviene per i lavoratori ex art. 18. In alternativa alla riassunzione, il datore di lavoro potrà avvalersi della possibilità di corrispondere al dipendente un risarcimento tra le 2,5 e le 6 mensilità, ben al di sotto delle 15 mensilità previste per i lavoratori delle medie-grandi imprese (ai quali, ricordiamo, spetta un risarcimento di almeno 5 mensilità anche nel caso questi optino per la reintegrazione). E’ evidente così come nel nostro paese convivano due tipologie di lavoratori che godono di diritti e tutele molto diverse, non basate sul tipo di impiego, anzianità, difficoltà della mansione bensì sulle dimensioni dell’unità produttiva in cui il lavoro viene esercitato, dimensioni che – ce lo suggerisce la stessa rubrica della sezione in cui l’articolo 18 è inserito – vanno di pari passo alla presenza o meno del sindacato nell’unità stessa.

Le discriminazioni però non finiscono qui. Da anni si parla infatti del fenomeno del precariato, definito da molti, soprattutto con riferimento ai più giovani, come la vera piaga del mondo del lavoro italiano. Anche in questo senso però, il mercato del lavoro viaggia a due velocità: da un lato si rinvengono lavoratori inquadrati in vecchie tipologie contrattuali, contraddistinte dal tempo indeterminato, da forti garanzie previdenziali e alle quali si applicano le tutele speciali contro i licenziamenti senza giusta causa previsti dalla legge 604/1966 (“Norme sui licenziamenti individuali) e dallo stesso art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Al contrario, per chi è stato assunto nelle nuove tipologie contrattuali, con i c.d. contratti atipici di lavoro, o semplicemente a fronte di un contratto a tempo determinato, l’ampio sistema di tutele non esiste o si applica limitatamente. Viene da chiedersi perché debbano convivere tutte queste tipologie, figure contrattuali diversissime, caratterizzate da diversità spesso inspiegabili se non appunto con il fatto che alcune categorie sembrano essere preferite dalle organizzazioni sindacali in sede di contrattazione. In un contesto del genere, ciò che andrebbe rivisto è innanzitutto il concetto stesso di lavoro, ponendo al centro il cittadino e non tanto il posto di lavoro, provvedendo così ad un sistema di tutele di stampo universalistico, ossia applicabile a tutti coloro che sono occupati o in cerca di occupazione. Ma il nostro paese sembra essere molto lontano da questa nobile ambizione, basti pensare che siamo l’unico paese in cui convivono un partito dei pensionati (che vanta eletti in regioni, parlamento italiano e addirittura in quello europeo), un sistema, la cassa integrazione, che paga i lavoratori delle medie-grandi imprese (anche qui ovviamente poteva forse mancare il criterio dei 15 dipendenti minimi?) per non andare al lavoro o andarci a regime ridotto e dei sindacati che invocano la Costituzione per ricordare la centralità del lavoro nella società, ma che sembrano sempre scordare l’art. 39 della Carta Costituzionale quando sancisce il loro obbligo a registrarsi e statuire la loro organizzazione interna democratica. I sindacati ad oggi registrati? Neanche uno.

Anche in questo l’Italia delle corporazioni mostra i propri limiti, una serie di organizzazioni particolari barricate a difendere i propri privilegi a scapito degli interessi della collettività e delle nuove generazioni. Proprio le nuove generazioni dovrebbero invece lottare e pretendere un nuovo impianto del mondo lavoro, un sistema basato su poche regole certe ma imprescindibili, su merito e flessibilità, perché dare più elasticità alle imprese può certo significare più licenziamenti, ma significa anche più assunzioni, possibilità di carriera e di vedere premiati i propri sforzi e sacrifici. Flessibilità significa avere dei rischi, ma non sempre e solo in negativo; semplificare assunzioni e licenziamenti significa permettere alle imprese di investire sul capitale umano, sulle idee, nella ricerca, tutto ciò di cui un paese come l’Italia ha un disperato bisogno. Alessandro Penati qualche tempo fa, in un articolo su Repubblica, argomentava che uno come Steve Jobs, il fondatore della Apple, da noi non sarebbe mai potuto esistere. Basti pensare che nel 1985, nove anni dopo aver fondato la Apple e cinque anni dopo averla portata in borsa, Jobs venne addirittura estromesso dalla società stessa. Come a dire che non basta aver fondato una società per pretendere un ruolo di comando a vita, dovendo invece dimostrare continuamente agli azionisti (e così anche ai lavoratori) che si è in grado di guidarla, di rispondere alle difficoltà del mercato, di innovare la società stessa nel tempo. Così ha fatto Steve Jobs, che dopo la sua estromissione ha continuato ad innovare in nuovi campi, ha fondato la Pixar (rivendendola poi alla Disney per 8 miliardi di dollari), ma una volta tornato in Apple ha dato il via alla stagione degli i-pod e i-pad che hanno rivoluzionato la vita di tutti nel modo di comunicare. Un sasso in questa direzione l’aveva lanciato il presidente Monti definendo, con successivo sdegno e scandalo di mezzo (ma diciamo anche tutto) paese, il posto fisso come monotono. In realtà ciò che andava colto nella battuta di Monti era che noiosa e affannosa è la questione del posto fisso, perché se l’obiettivo dei giovani italiani è trovare un posto di lavoro garantito per legge, il destino del paese l’Italia nel mondo globalizzato è già segnato. Avere infatti la pretesa di imporre per legge un sistema di garanzie ideato negli anni ’70, non è solo anacronistico, ma è pure controproducente perché significa affidarsi alle scelte degli stessi politici che hanno creato le basi per la crisi italiana di oggi, per il debito pubblico al 120% che ci rende la crepa più profonda dell’intera Unione Europea. Ciò che deve passare è l’idea che il posto fisso è una prerogativa del merito, quale imprenditore mai si sognerebbe di lasciarsi scappare un giovane di talento dopo aver speso tempo a formarlo e ad inserirlo nella propria azienda? In un contesto mondiale in cui la produzione si è spostata verso i cc.dd. paesi in via di sviluppo, a noi non rimane altro che investire nelle idee, nel sapere, nel know-how, nelle eccellenze, nella tecnologia, nei servizi, nella ricerca. A dire tutto questo ci aveva provato pure Luca Nicotra, giovane fondatore di Agorà Digitale, che intervistato dal quotidiano americano International Herald Tribune era stato sbattuto in prima pagina proprio a denunciare la mancanza in Italia di un dibattito sul ruolo dei giovani nel mondo del lavoro e sulla mancanza degli stessi nelle posizioni di comando del paese. Proprio lui aveva cercato di far capire come la precarietà sia tale nel momento in cui diventi mancanza di prospettive, di un futuro, di poter “far carriera” o semplicemente vedere premiato il proprio lavoro. A determinare ciò non è un contratto o l’altro, perché nessun giovane con delle ambizioni potrebbe mai sognare di entrare in un’azienda a 23 anni a mille euro al mese, uscendo poi dalla stessa dopo aver trascorso 40 anni sulla stessa scrivania a stipendio invariato. Si tratta insomma di dare i mezzi ai meritevoli per dimostrare il loro valore, a tutto vantaggio loro ma anche e soprattutto per il paese, che vedrebbe forse finire l’esodo della fuga all’estero dei propri cervelli. Per quanto ripreso dai media nazionali, lo spunto di Nicotra non ha appassionato i tanto rappresentativi sindacati che invece sembrano preferir dibattere sul diritto di chi già è assunto e garantito, che già è in pensione (o quasi) e che spesso è pure un loro iscritto.

Ai giovani non rimane dunque che la speranza di vedere il governo Monti mantenere il suo impegno verso un mondo del lavoro più flessibile e in grado di far crescere l’economia, attirare investimenti stranieri ma soprattutto dare così i mezzi a imprese e giovani per innovare, il tutto sorretto da un welfare universale. Un po’ a dire che le tutele le deve predisporre lo stato, non l’impresa privata che si ritrova costretta ad assumere una persona a vita. Solo così facendo l’Italia può tornare ad ambire ad una crescita di medio-lungo periodo, che non sia tale solo in termini di PIL, bensì sia in grado di dare spazio a nuove idee, ai giovani meritevoli che giustamente ambiscono ad un ruolo di protagonisti nella società di domani. Che sia chiedere troppo?