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Sembrerà assurdo, ma ancora una volta è bastato a Monti agire sulla base del buon senso per mostrare la distanza tra i partiti e l’attuale governo. Le Olimpiadi non s’hanno da fare. Non ce le possiamo permettere. Punto.

Non serviva certo scomodare un economista come Monti per arrivare a certe conclusioni. Si guardi l’esempio greco, un paragone terribilmente pericoloso, ma tuttavia necessario per il nostro paese. Il governo greco preventivava infatti una spesa di 4,6 miliardi di euro divenuti poi effettivamente 9 miliardi di euro (escluse le spese per le infrastrutture, tra le quali il nuovo aeroporto e un sistema di collegamento ad alta velocità tra questo e il centro città), spesa che ha contribuito a far raggiungere alla Grecia un deficit, nell’anno dei giochi olimpici, del 5,3% (2,3% oltre i limiti imposti dall’Unione Europea) e che in molti oggi dicono essere stata, se non la causa, sicuramente un acceleratore alla odierna crisi greca. Si replicherà che noi non siamo la Grecia.

Fortunatamente – o sfortunatamente – un altro esempio c’è, questa volta tutto nostrano, ma dalle conseguenze simili, per non dire identiche, a quelle di Atene 2004. Il riferimento è ovviamente ai mondiali di Roma 2009, fallimento tutto italiano e bipartisan in quanto tra l’assegnazione e la realizzazione degli impianti si sono dati il cambio rispettivamente Berlusconi e Prodi a Palazzo Chigi, Veltroni e Alemanno in Campidoglio. L’unica conferma in tutto ciò fu l’allora sottosegretario Bertolaso, ma di nomi illustri ce ne sono molti altri, basti pensare che l’iniziale Commissario straordinario fu Angelo Balducci, poi rinviato a giudizio per abuso edilizio (insieme a Claudio Rinaldi, ossia colui che lo succedette nella carica di commissario quando Alemmano divenne sindaco). Una candidatura, quella di Roma 2009, presentata in fretta e furia dall’allora sindaco Veltroni che per aggiudicarsi l’assegnazione dei mondiali aveva addirittura giocato la carta della Città dello sport, ossia la realizzazione in quattro anni di un complesso composto da un palazzo dello sport da 15 mila spettatori, tre piscine coperte e due all’aperto. L’intero progetto venne affidato all’architetto di fama mondiale Santiago Calatrava. Costo preventivato 60 milioni di euro che il sindaco Veltroni prometteva sarebbero stati coperti interamente dall’amministrazione cittadina. Peccato che già pochi giorni dopo l’assegnazione a Roma della manifestazione, il costo preventivato raddoppiò, 120 milioni da dividersi tra il comune e un mutuo. A gestire la costruzione della Città dello sport, futuro campus e polo sportivo dell’Università di Tor Vergata, venne incaricata la Vianini Lavori di Francesco Caltagirone (suocero di Casini), la società che da sempre costruisce in concessione per l’ateneo. Inutile ripercorrere l’intera vicenda, basti pensare che nel tempo i costi per la realizzazione degli impianti sono lievitati a 190, 400, fino ad arrivare a 600 milioni di euro e a ciò si è aggiunta pure la beffa del fatto che i mondiali alla fine si sono tenuti al Foro Italico, che per l’occasione ha subito un restyling costato ai contribuenti 5 milioni di euro. Dell’opera di Calatrava oggi rimangono solo le fondamenta e uno scheletro di acciaio e cemento armato, mancando complessivamente 408 milioni di euro per poter vedere l’opera realizzata, soldi che secondo l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini, potrebbero trovarsi tramite l’assegnazione a Roma dei giochi olimpici 2020. Insomma, per realizzare le opere dei mondiali di nuoto del 2009, bisognerebbe organizzare le Olimpiadi del 2020. A tutto ciò vanno aggiunte le numerose inchieste sugli appalti, su concessioni inizialmente rifiutate ma poi concesse con il cambio di maggioranza al Campidoglio, opere compiute abusivamente da imprenditori amici ben inseriti nel potere politico. Insomma, tutti i presupposti più sbagliati per ripartire, a distanza di qualche anno, proprio da Roma (e dalle stesse persone) con un nuovo progetto per ospitare un evento di queste dimensioni.

I partiti e la politica appaiono però ciechi di fronte a questi fatti e anzi, indifferenti dei numeri e ben consci invece dell’avvicinarsi delle prossime elezioni politiche e amministrative (tra cui proprio Roma), si battevano unanimi fino a qualche giorno fa per la candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi. E proprio gli ABC della politica italiana, Alfano – Bersani – Casini, qualche giorno fa si proclamavano ai microfoni del tg5 favorevoli a Roma 2020, a patto però che non fossero “Olimpiadi faranoiche”. Bersani, con l’aria quasi di chi sente la vittoria in tasca, azzardava addirittura un “che siano Olimpiadi belle, ma sobrie”. Gianni Petrucci, attuale presidente del CONI, dichiarava: “Dopo le dichiarazioni autorevoli di Casini, Alfano e Bersani ora manca solo la penna per la firma”. Neanche il tempo di festeggiare per la candidatura promossa dalla partitocrazia unita, che come un macigno è arrivata la replica del Governo. Come direbbe un autorevole sportivo quale è Trapattoni “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. E Monti sotto questo punto di vista si sta rivelando un gatto molto difficile da catturare per coloro che fino a pochi mesi fa erano abituati ad alternarsi al potere, divisi nei banchi del Parlamento, uniti quando si trattava di appalti e concessioni pubbliche. “Se siamo a che fare i conti con una condizione dell’Italia finanziaria difficile è perchè in passato sono state prese, da governi di ogni segno, decisioni senza molto riguardo a conseguenze finanziarie negli anni successivi. Noi non vogliamo che chi governerà nei prossimi anni si trovi in difficoltà.” Così Monti nel giustificare il no del Governo alla richiesta di copertura finanziaria alla candidatura. Come dargli torto?

Il vero paradosso è però assistere agli stessi sostenitori della candidatura passare ora alla linea governativa, con Casini che giudica come scelta seria quella del Governo di non appoggiare la proposta e Bersani che parla di atto di responsabilità. Ma come, non erano loro quelli che fino a qualche giorno fa auspicavano che il CIO scegliesse proprio Roma fra tutti i candidati? Il Governo si è limitato a non appoggiare la proposta sulla base dei dati che provengono dall’economia italiana, in rispetto agli impegni presi con le istituzioni internazionali e con gli italiani stessi, a cui in questi mesi sono stati chiesti notevoli sacrifici. Proprio in questo il governo dei tecnici sta dando una vera e propria lezione al mondo dei partiti, una lezione di coerenza. Coerenza nelle decisioni, affrontando le questioni nel merito, decidendo per il bene del paese, non di una maggioranza e in vista delle prossime elezioni. A questo modo di agire tutti gli italiani devono guardare, questo gli elettori devono pretendere dai loro rappresentanti. Perché la politica non si cambia tagliando i parlamentari o i loro stipendi, avere 1000 fannulloni strapagati non è molto diverso da averne 500. L’incidenza nel breve periodo sulle casse del paese è ovviamente minore, ma il destino per il paese è lo stesso: la rovina.

Ben vengano quindi lezioni di stile e coerenza da parte dell’esecutivo Monti, nella speranza che a prendere appunti non siano tanto gli ABC della politica, ma gli italiani. L’alternativa esiste sempre, basta cercarla. Qualcuno diceva “Siamo gente d’altri tempi, speriamo futuri”. Chissà che proprio da un governo tecnico, dal rimedio necessario all’impotenza di un parlamento eletto, non arrivi invece il vento del cambiamento, della rivoluzione democratica che da troppo tempo questo paese attende.