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Ancora una volta il voto dei Radicali sembra aver gettato nel panico mezza Italia. Da chi, come il Popolo Viola grida al complotto segreto con Berlusconi e scatena la protesta sul web, fino a chi come l’On. Bindi, semplicemente non si sorprende per il voto sul caso Cosentino, in quanto abituata, a sua detta, alla inaffidabilità del gruppo radicale in Parlamento.

Ma andiamo con ordine. Bisogna innanzitutto capire su cosa si è votato. Il voto del 12 gennaio alla Camera riguardava infatti la richiesta della magistratura di autorizzare la carcerazione preventiva dell’On. Cosentino, per gli amici “Nick l’Americano”, accusato di riciclaggio e corruzione con l’aggravante del metodo mafioso. Accuse pesanti certo, ad una persona che sicuramente trasparente non è. Tuttavia sempre accuse rimangono, così come l’On. Cosentino rimane formalmente e fino a prova contraria innocente.

In molti hanno obiettato il fatto che se Cosentino fosse stato un normale cittadino, dalla galera non si sarebbe salvato. Insomma, l’ennesimo privilegio della Casta. Tuttavia, l’istituto dell’autorizzazione a procedere non è un’invenzione recente, non è stata pensata da Berlusconi e avvocati per salvare l’ex Presidente e i suoi compagni di merende, bensì è stata inserita in Costituzione da quelle forze che hanno lottato unite per l’uscita dell’Italia dalla dittatura fascista, sognando un’Italia democratica. Difficile dubitare quindi delle buone intenzioni degli autori della suddetta. Recita l’art. 68 della Costituzione: […] Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. […]  Ma qual è la ratio dietro questa norma? L’idea è proprio quella di salvaguardare il parlamentare, rappresentante della volontà popolare, rendendolo così libero nell’esercizio delle sue funzioni. Renderlo immune appunto da iniziative giudiziare, talvolta con finalità politiche, che abbiano il mero scopo di indebolire o contrastare l’attività del parlamentare stesso. Quello che il parlamento si trova a fare non è quindi di sostituirsi ai giudici e decretare se il parlamentare, nel caso di specie l’On. Cosentino, sia colpevole o meno, bensì si tratta in sostanza di un giudizio sull’operato dei magistrati. La carcerazione preventiva viene chiesta perché condizione indispensabile per il proseguio delle indagini oppure per altre finalità? Ribadiamo sin d’ora che le indagini possono essere condotte nei confronti di chiunque, parlamentari compresi, e quindi niente impedisce ai magistrati di arrivare a dichiarare la colpevolezza di chi siede in Parlamento. L’art. 68 tuttavia si limita a prevedere la possibilità per le camere di negare l’autorizzazione alla privazione della libertà del parlamentare, sulla base appunto di un’eventuale persecuzione nei confronti di questi.

C’è quindi da capire se quella nei confronti di Cosentino fosse una richiesta legittima o meno. L’unico modo per saperlo è leggere le carte con le quali i magistrati hanno appunto richiesto la carcerazione preventiva. Condizione che può apparire ovvia e che ci si aspetterebbe tutti i parlamentari rispettassero. Non sembrano pensarla così però molti degli stessi parlamentari i quali sembrano più interessati a trasformare un caso giudiziario in un’opportunità politica per indebolire l’avversario o semplicemente per non perdere consensi. L’On. Paolini, eletto tra le fila della Lega Nord, membro della Giunta per le autorizzazioni, dichiara dopo aver votato in giunta per l’arresto di Cosentino che “seppur mantenendo tutti i dubbi e perplessità personali sull’impianto accusatorio e pur avendo esposto valutazioni diverse su alcuni aspetti della vicenda ha osservato l’indicazione del partito”. Insomma, se il partito dice che conviene votare per l’arresto, così si fa, anche se obiettivamente non sembrano ricorrerne i presupposti.

Un’altra particolarità del caso Cosentino è il gran numero di pagine volte a giustificare la necessità della carcerazione preventiva per l’Onorevole del Pdl. Se in media le pagine per la richiesta di autorizzazione sono 23, nel caso di Cosentino il numero arriva fino a 1171. Insomma o siamo davanti ad un caso eclatante di colpevolezza, oppure come affermato da Maurizio Turco, deputato radicale, tra i pochi che ha voluto affrontare la questione nel merito andandosi a leggere tutta la documentazione, “queste sono frutto di un tentativo di forzatura che al 90% non fanno altro che definire il contesto, senza rilevare alcuna fattispecie di reato”. La scelta è puramente soggettiva, è chiaro, ma è questo che la Costituzione chiede ai membri del parlamento. Di pensare liberamente, secondo coscienza, di documentarsi sul caso del collega inquisito e sempre secondo la loro libera convinzione decidere sull’operato della magistratura. Questo dovrebbero fare i nostri rappresentanti, questo i Radicali hanno fatto. Sempre i Radicali sono stati tra i pochissimi che, nonostante il voto segreto previsto in Aula, hanno apertamente annunciato e rivendicato la loro scelta garantista per il NO, prima e dopo il voto. Una scelta controcorrente, coraggiosa e consapevole che avrebbe prodotto diversi malumori e che sarebbe stata letta erroneamente dai più, ma che gli eletti radicali hanno voluto fare comunque per senso di responsabilità e trasparenza. Se si fossero davvero voluti vendere a qualche potere forte, perché dichiarare di voler salvare Cosentino quando avrebbero potuto farlo in totale anonimato?

Con la scelta per il NO, non si è voluta affermare l’innocenza di Cosentino. Se questi è davvero, come afferma l’accusa, l’esponente politico nazionale del clan dei casalesi, spetterà alla Magistratura decretarlo. E vedendo la sicurezza con la quale i PM (1171 pagine a sostegno della tesi accusatoria) e la piazza (anche se non si capisce bene su che base) sembrano essere certi della colpevolezza del deputato campano, si tratta solo di lasciare proseguire i magistrati nel loro lavoro e attendere la sentenza di condanna per il coordinatore campano del Pdl.

Il salvataggio di Cosentino non rappresenta quindi il privilegio del singolo nei confronti della massa, non è una fuga dalla giustizia né un favore alla Camorra. E’ semplicemente l’applicazione della legge, dello stato di diritto così come disegnato dalla nostra carta fondamentale. Trattasi sicuramente di un politico dalla figura controversa i cui rapporti con la criminalità organizzata non sono del tutto trasparenti. Se ciò è vero, la magistratura ha il dovere di indagare e arrivare ad una sentenza definitiva, ma fino ad allora Cosentino è e rimane un uomo libero ed innocente. Pensare oggi di velocizzare questo iter, abusando di un istituto eccezionale, quale quello della carcerazione preventiva, significa abusare del diritto, significa affermare che per certe persone la legge non è uguale per tutti, che la presunzione di innocenza non è prerogativa fondamentale di ogni cittadino e che talvolta, se ci si chiama Berlusconi o Cosentino, si merita di andare in galera a prescindere da una sentenza, perché tanto lo sanno tutti che si è colpevoli.

Attenzione però al giustizialismo facile. Scriveva Bertold Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.” Non ci si può appellare alle regole e al diritto solo quando fa comodo, quando ad essere inquisito è l’avversario politico, quello che media e giornali descrivono come l’amico della camorra, il casalese, pena la decadenza da stato di diritto a repubblica delle banane, perché uno stato che non sa rispettare e far rispettare le proprie leggi è uno stato alla deriva.

Il vero problema è e rimane lo stato comatoso in cui versa la nostra giustizia. Quella dei processi infiniti, dell’amnistia di classe chiamata prescrizione, quella delle carceri sovraffollate, quella del processo assicurato ma della pena mancata. In un sistema così tutti i colpevoli sono dei privilegiati, che siano parlamentari o meno, perché chi ha subito un torto dovrà aspettare troppo a lungo per una sentenza che accerti il suo diritto, mentre chi delinque, salva carcerazione preventiva, la galera spesso non la vede proprio. La carcerazione preventiva non è però una pena anticipata, bensì una semplice misura cautelare. La criminalità non si combatte mandando preventivamente in galera chi appare essere un delinquente, bensì con l’affermazione del stato di diritto, perché solo un giusto e pronto processo potrà distinguere il colpevole dal perseguitato. Scriveva Cesare Beccaria nel suo Dei delitti e delle pene con riguardo a quella che dovrebbe essere la funzione della pena: “perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”. Sono passati quasi 250 anni da quando questo saggio, che rivoluzionò la giustizia dell’Europa intera, venne dato alle stampe dall’illuminista milanese. Anche l’Italia credo possa dotarsi di un sistema basato su questi principi, alla fine è passato solo un quarto di millennio. Meglio tardi che mai.