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In tempi di crisi capita purtroppo che persone perdano il posto di lavoro, la propria azienda, vedano svanire sogni e sforzi di una vita e, inghiottite dai debiti, arrivino alcune volte a scegliere di farla finita. Il paradosso tutto all’italiana è però che nella stessa situazione ci si trovino imprenditori, soprattutto piccoli e medi, che, ahimè, vantano bilanci addirittura in attivo. E’ notizia di ieri notte il suicidio di un artigiano padovano, arrivato al tragico gesto per la difficoltà nel recuperare i crediti vantati nei confronti dei propri clienti. Due settimane prima un altro imprenditore veneto si toglieva la vita a causa delle difficoltà finanziarie della propria impresa, incapace di accettare la cassa integrazione per sette dei suoi dipendenti, seppur vantando duecento mila euro di crediti.

Il paradosso di casa nostra è sintomo di un problema molto più grande, forse il più grande del nostro paese, ossia l’inefficienza della giustizia. Se dal lato penale ha prodotto il dramma delle carceri, con oltre 20.000 detenuti oltre il limite della capienza regolamentare e ben 14.639 detenuti in attesa di primo giudizio (e quindi formalmente ancora innocenti), dal lato civile non ha fatto certo di meglio e il problema è soprattutto quello dei tempi e dei costi dei processi. D’altronde se non vi è garanzia di giustizia, del rispetto delle leggi, non vi è garanzia di alcunché nella società. Contratti, accordi, fatture senza un giudice in grado di farli rispettare in maniera rapida ed efficace diventano meramente dei pezzi di carta senza alcun valore. Gli effetti si ripercuotono su tutti gli aspetti sociali, in particolare e in primis in campo economico. La stessa Banca Mondiale, nel suo annuale report Doing Business mette l’Italia al 158esimo posto su 183 paesi (edizione 2011) per quanto riguarda la possibilità di ottenere il pagamento coattivo dai propri debitori. Ciò comporta che chi vuole investire nel nostro paese deve prendere in considerazione la possibilità di non essere pagati e che portare in tribunale il proprio debitore significa dare via ad un processo lungo anni, dagli alti costi e dall’esito incerto. Gli effetti sul sistema economico sono quindi quelli di una forte perdita di competitività, che induce le imprese a fare affari con partner commerciali dalle ampie garanzie di adempimento, seppure offrendo prodotti a prezzi più elevati. L’appello, inascoltato, l’aveva lanciato più volte anche l’ex Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che quest’estate aveva attribuito al disastro della giustizia civile almeno 1 punto percentuale di PIL. Insomma, sistemate la giustizia e vedrete che l’economia ripartirà.

La situazione è addirittura peggiore per quanto riguarda i rapporti impresa – pubblica amministrazione. Si stima infatti che le imprese italiane debbano ancora riscuotere dalla Pubblica Amministrazione una cifra che sfiora i 70 miliardi di euro. Il dato si aggrava ulteriormente se pensiamo che i pagamenti vengono onorati solitamente con 180 giorni di ritardo medio nei confronti dei termini contrattuali di 90 giorni. Per capire come anche in questo l’Italia sia eccezione, si prendano a riferimento i nostri partners europei: la Francia liquida mediamente i suoi pagamenti a 64 giorni, il Regno Unito a 47 la Germania a 35. Da plaudire quindi la proposta dell’On. Beltrandi (deputato Radicale) di adottare una direttiva europea approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo nell’Ottobre del 2010. La stessa prevede che gli enti pubblici debbano pagare entro 30 giorni i beni e servizi acquistati dalle imprese, pena il pagamento di interessi di mora al tasso dell’8% (tasso immodificabile dagli enti pubblici). Per le imprese invece il termine massimo è esteso a 60 giorni.

E’ chiaro che l’eventuale recepimento della direttiva non sarà la panacea di ogni male. La giustizia civile necessita di una ampia revisione che garantisca un suo snellimento e ne incrementi l’efficienza a tutta tutela e garanzia di noi cittadini. Tuttavia la garanzia di essere pagati nei termini concordati, in particolare dallo Stato, che è al contempo anche il difensore delle tutele contrattuali, pena lo scattare di una pesante mora, può senz’altro rappresentare quell’utile strumento che consenta agli imprenditori di continuare a fare il loro lavoro, senza mai più dover arrivare a compiere tragiche scelte perché incapaci di sopportare il peso di responsabilità che non sono proprie.