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Capita che in tempo di crisi neanche un governo di professori, tecnici ed illuminati riesca nel tentativo di sbloccare un paese come l’Italia. Doveva essere la manovra delle liberalizzazioni, dei tagli alla casta, della riduzione degli sprechi. Quello che ne è uscito è invece una serie di passi indietro sugli obiettivi che Monti e colleghi si erano prefissati: liberalizzare questo benedetto paese. Eppure Monti era colui che, quando ancora ricopriva il ruolo di commissario europeo, era riuscito a rifilare quasi 500 milioni di multa al colosso Microsoft per abuso di posizione dominante. Insomma, uno che nel libero mercato e nella concorrenza sembra crederci per davvero.

Apprendiamo invece che il governo ha fatto dietrofront sulla riduzione delle indennità dei parlamentari, ciò per non ledere l’autonomia delle camere. Per chi parlamentare non è, confermato il pensionamento a 65 anni, a meno che non si sia dipendenti della regione Sicilia o di una delle camere del Parlamento. In quel caso bastano 25 (per le donne 20) anni di contributi nel caso dei dipendenti regionali siciliani, mentre si devono accontentare del 90% dello stipendio per 15 mensilità (ebbene sì, in Parlamento il sistema contributivo non è ancora arrivato) i dipendenti di Camera e Senato. Non va meglio sul fronte liberalizzazioni: la norma che riguardava i taxi è stata ritirata, mentre le farmacie sono già sul piede di battaglia e si finisce così con la proposta di rinviare a un decreto ministeriale la definizione dei farmaci da liberalizzare. In poche parole, per ora lasciamo stare. Mai pervenute poi proposte di riforma degli ordini professionali, per non parlare dell’estensione del pagamento dell’ICI agli enti ecclesiastici, nonostante il vivace dibattito in rete e sui quotidiani nazionali, culminato in un sondaggio di Sky tg24 che dava al 93% gli italiani favorevoli al pagamento dell’ICI anche per la Chiesa.

Ma perché è così difficile fare delle riforme in questo paese? Come è possibile che in piena crisi, con un governo tecnico appoggiato da quasi tutti gli schieramenti politici presenti in parlamento, non si riescano neanche a toccare i privilegi dei tassisti? Non c’è niente da fare, come accadeva nell’antica India, viviamo in un paese di caste. Gli appartenenti? Sono ovunque. Alcuni hanno l’esclusiva di vendere l’aspirina, altri di trasportare sulla propria auto persone in giro per le città. Alcuni possono non pagare l’ICI, nonostante possiedano il 20% del patrimonio immobiliare nazionale, altri avranno una rendita vitalizia di 3000 euro al mese per aver rappresentato il resto del popolo in parlamento. Ciò che li unisce sono tariffari minimi garantiti, accessi bloccati, pensioni separate, divieto di concorrenza, tutti uniti nel motto “chi è dentro è dentro, chi è fuori ci resti!”. Ed ecco che ad ogni tentativo di riforma succeda sempre che i diretti interessati finiscano con l’issare barricate, tutti uniti nel chiedere riforme, risparmi e migliori servizi, a patto che questi riguardino inevitabilmente gli altri. Certo, i parlamentari dovrebbero essere quelli pronti a dare il buon esempio, soprattutto in un momento di difficoltà e crisi economica del paese. Accadeva così in Giappone dove, dopo i fatti di Fukushima, il premier Naoto Kan annunciò che avrebbe rinunciato al suo stipendio fino alla conclusione della crisi nucleare. In Italia, oggi, mentre si decide di mandare in pensione le persone a 65 anni di età, i nostri eletti rivendicano la loro autonomia di decidere di autoassegnarsi un minimo di 3000 euro a vita per aver ricoperto l’incarico parlamentare una volta nella vita.

Ma scusate, non era forse il Parlamento l’organo espressione del popolo?