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E’ ora o mai più. La crisi economica che ha trovato casa in Europa, il fantasma (più vivo che mai) della recessione, lo spread che si diverte su e giù dalle montagne russe delle borse europee, i governi tecnici, l’incontenibile (per tutti) debito pubblico hanno dimostrato ciò che era chiaro a tutti, ossia che l’Unione Europea così come la conosciamo oggi non ci porterà lontano.

A ciò si aggiunge il Regno Unito che sembra deciso a proseguire, nonostante la presenza al governo dei liberal-democratici, la sua campagna antieuropeista volta a tutelare maggiormente gli interessi finanziari della City, rispetto a quelli dell’Unione Europea. In patria in molti hanno sostenuto la politica del Premier Cameron, plaudendo così la sua crociata volta alla salvaguardia di Londra e della sua finanza, ma starà davvero facendo gli interessi della Gran Bretagna Mr. Cameron? E’ difficile dirlo. L’accordo europeo, che sarà sottoscritto da 26 paesi su 27 (tutti tranne il Regno Unito), mira infatti ad aggiungere all’unione monetaria anche un’unione fiscale, elemento che sembra imprescindibile per uniformare i bilanci, e così la credibilità, dei paesi europei.

Basterà? Non credo proprio. E’ chiaro che una maggiore integrazione fiscale tra i paesi europei darà maggiori possibilità di manovre congiunte ai paesi europei, ma finché continueremo a basare l’unione sull’economia e non sulla politica, la stessa UE resterà spettatore inerme alle dinamiche e agli scenari internazionali. Viviamo in un mondo in cui nuovi paesi e nuove economie vanno consolidandosi, paesi come i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) ma ai quali potremmo aggiungere Messico, Sud Corea, Turchia che non solo la crisi non la sentono, ma che anzi continuano ad investire e consolidare la loro crescita. Viviamo in un momento storico unico, in quanto siamo i primi spettatori di un mondo nel quale l’Europa non rappresenta più il centro, bensì i margini. Basti pensare che se rivedessimo la composizione del G8 con gli stessi parametri utilizzati all’atto della sua fondazione (ossia le 8 economie più grandi al mondo), nel 2050 nessun paese europeo, neanche l’imbattibile Germania, rientrerebbe nella lista dei grandi 8. Diverso sarebbe se l’Unione Europea venisse conteggiata come un paese unico, a quel punto gli immaginari Stati Uniti d’Europa rappresenterebbero la seconda economia al mondo, secondi solo alla Cina.

L’idea di poter continuare ad incidere nelle dinamiche economiche, politiche, militari, ambientali internazionali come singoli stati, come singole nazioni, non è solo anacronistico ma significa anche rassegnarsi a vivere i prossimi anni sempre più da spettatori. Per questo che la decisione di Cameron non è solo dannosa per il Regno Unito, ma lo è per l’intera Europa, che è chiamata oggi a rivedere le proprie ambizioni e speranze per il futuro. Unione economica, doganale e monetaria o premessa per una grande federazione europea, per un blocco unico europeo capace di incidere negli scenari politici internazionali con maggiore forza. Per capire l’importanza di una politica estera europea comune basti pensare a come andò a Copenhagen (summit sull’ambiente, 2009) dove i paesi europei vennero di fatto esclusi da quello che fu il testo finale approvato. Incapaci di incidere politicamente e ora incapaci di incidere anche economicamente.

Verrà un giorno in cui anche a voi cadranno le armi di mano! Verrà un giorno in cui la guerra vi parrà altrettanto assurda e impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino quanto sarebbe impossibile e vi sembrerebbe assurda oggi tra Rouen e Amiens, tra Boston e Filadelfia.[…] Verrà un giorno in cui si vedranno questi due immensi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa posti in faccia l’uno dell’altro, tendersi la mano al di sopra dei mari […] » Così Victor Hugo in un suo discorso al Congresso della pace di Parigi nel 1849, perchè anche lui già allora, come molti altri successivamente, da Kant a Spinelli, capì che stare uniti significa prosperità, pace, democrazia. Questo è ciò di cui ha bisogno l’Europa, ma che forse ha ancora più bisogno il mondo intero. Perché in un mondo dove manca una reale governance internazionale, l’idea di un paese unione di diversi, di culture, lingue e tradizioni rappresenta davvero l’unica speranza, per noi ma anche per il mondo intero.